ICON
*MARIA CALLAS

by Chiara Babuin

Il sacrificio dell’infanzia mai più ritrovata

Un nome che travalica le generazioni, come i miti, le leggende, le favole, le icone. Incredibile, se si pensa che questo nome è nato in un ambiente di nicchia, come la musica lirica. Nato in teatro, ma cresciuto nella mondanità, nella quale Maria ha costruito giorno per giorno il suo personaggio, diventando la Callas.

La dicotomia tra la donna e l’artista, tra la persona e il personaggio è resa palese in alcune interviste tv, in cui Maria, quasi sempre riservata, si concede di rispondere a domande riguardanti la sfera privata. Vedere la sua gestualità quotidiana, così diversa e spontanea (quasi all’italiana), rispetto alla regalità controllata di quando calcava il palco, rivela anche la caratura del suo valore come attrice. Soprattutto, però, si rimane impressionati dalla lucidità e dalla fermezza delle sue parole; quanta coscienza di sé possedeva, nel fare un’analisi perfetta di ciò che aveva, rispetto a ciò che aveva perso (intraprendendo la carriera lirica a così alti livelli); come una ricercatrice mistica in continua analisi di sè stessa e del suo posto nel mondo.

La vita di Maria Callas è stata caratterizzata da un’infuocata rassegnazione. Con una madre quasi anafettiva, l’unico modo per avere un minimo di riconoscimento è stato quello di avallare il suo diktat al canto. Ciò ha implicato da una parte lo sbocciare del grande potenziale di Maria, ma dall’altra l’ha condannata all’abbandono del gioco e quindi dell’infanzia. Tuttavia, se il suo doveva essere un sacrifico, allora ne doveva valere la pena: se doveva diventare cantante lirica, doveva essere la migliore; se doveva dimagrire, doveva diventare un’icona di stile; se doveva costruirsi un’immagine, doveva essere inequivocabile e inarrivabile. Così, la Callas ha passato la sua vita a essere la migliore. Ma era una vita imposta (dagli altri e da lei), non era quella che voleva (o aveva osato immaginare). E proprio perchè era un’esistenza artificiosa, almeno doveva valere lo sforzo della creazione.

L’artista infatti ha calcato tutti i più importanti palchi del mondo, in cui ha faticosamente, e, paradossalmente, quasi con naturalezza dimostrato il suo talento, non solo come voce, ma come presenza scenica. Per questo, Maria Callas è diventata un mito: è stata una dirompente presenza, che si è distinta per le altissime note che riusciva a toccare nella lirica, e che è andata oltre la sua stessa immagine: semplice e complessa, fragile e titanica.

Ma, soprattutto, Maria Callas è stata una donna che ha sofferto, cercando di non far vedere la propria sofferenza. Come quando, con un divorzio alle spalle e anni di fidanzamento e speranze, venne a conoscenza dai media che il suo compagno Onassis si era sposato con Jaqueline Kennedy.

Pier Paolo Pasonili, rabdomante di sentimenti, tenero e avventato, non a caso l’ha voluta per la sua Medea. Chi, meglio di Maria, avrebbe potuto interpretare una donna ferita, senza più origine, tradita dall’uomo che aveva seguito e verso il quale aveva riposto ogni felicità? Il poeta corsaro, con la sua sensibilità e mitezza, è riuscito ad arrivare al cuore della Callas, e Maria, con la sua fierezza da madonna sofferente, è riuscita ad arrivare a quello di Pasolini.


È stato un idillio forte e intenso, ma destinato a finire, con grazia.
Lo sfarzo, i gala, il lusso erano ormai parte integrante della Divina e il cantore delle borgate era forse l’essere più non curante e distante da quella realtà. Ma entrambi, in qualche modo, erano stati curati da quel loro peculiare, anche se breve, amore.

Tale era la figura di Maria Callas che Zeffirelli ha sentito il bisogno di immortalarla nel grande schermo in Callas Forever nel 2002, dove la diva viene interpretata da Fanny Ardant. Secidi anni dopo, Tom Volf sente l’esigenza di riproporre anche a queste nuove generazioni (soprattutto ai cosiddetti Millennials) il personaggio della diva lirica.

Nel 2008 esce quindi in Italia il documentario Maria by Callas, un lungometraggio appartenente al genere documentaristico ricco di materiale eterogeneo e inedito: foto, registrazioni e lettere private e filmini in super 8. Per rendere il tutto visivamente meno distante ai giovani, il regista ha ridotto al minimo il materiale visivo in bianco e nero, colorandolo in maniera realistica.

Il film risulta certamente interessante per le fonti inedite utilizzate, anche se dà per scontato troppe cose (mancano, ad esempio, le didascalie sotto ai personaggi, spesso intellettuali, più famosi che compaiono a fianco della Callas, all’apice del suo successo artistico: nomi e volti che i giovani d’oggi non possono di certo conoscere, a meno di uno smaccato interesse per il mondo dello spettacolo) e, basando l’intera narrazione proprio sui documenti personali ritrovati, il quadro biografico di Maria risulta essere non molto chiaro ai neofiti. Ma certamente è un buono spunto per tuffarsi nella vita di una delle donne più carismatiche e ipnotiche del secolo scorso, che morì, per un impensabile arresto cardiaco ad appena 53 anni, sola e lontano da salotti e gala, luci e applausi.

Solo il sipario e il buio.