CINEMA
*LA DOLCE VITTI

by Chiara Babuin

Un poliedrico miracolo attoriale al femminile

Dato il grande successo, è stata prorogata fino a settembre 2018, la piccola ma densa mostra La Dolce Vitti, dedicata a Luisa Ceciarelli, in arte, Monica Vitti.

Il Teatro dei Dioscuri ospita una miscellanea di documenti (foto, video, riviste e trascrizioni di interviste) col fine di celebrare quella che è diventata (ma non lo è sempre stata?) un’icona dello spettacolo italiano (e non solo).

La rassegna è divisa principalmente in quattro sezioni: gli inizi a teatro, il doppiaggio, il Cinema, la tv. Quattro ambiti in cui la Vitti si è sempre distinta e che riescono a dare la risposta al perché questa donna meriti un posto nell’Olimpo.

All’ingresso della mostra, il visitatore viene accolto dall’inconfondibile voce dell’attrice romana, che narra la sua passione per la recitazione sin dalla tenera età, quando, per sdrammatizzare la tensione dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, lei e i suoi fratelli utilizzavano cassoni e coperte come palcoscenico, e cominciavano a interpretare personaggi inventati.
Da subito la fatale equazione tra recitazione e vita è chiara alla giovane romana, la quale, nonostante il severo disappunto della madre (“Tutto, ma l’attrice no!” e “Ricordati, la polvere del palcoscenico corrode anima e corpo!”), si iscrisse all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio d’Amico: “Dal cancello (della Silvio d’Amico ndr) vedevo gesticolare, urlare, ridere, piangere. Vedevo rifare, esagerando, la vita. E volevo far parte di quei pazzi felici e rinchiusi, fuori dalla quotidianità…”, ricorda la stessa Monica.

Sono intensi anni di formazione didattica e risveglio della personalità, quelli passati in Accademia. Interessante sentire le parole di una figura della Silvio d’Amico descrivere l’allora ancora Luisa Ceciarelli come una ragazza sostanzialmente timida. Una testimonianza decisamente in contrasto con l’attrice spigliata che siamo soliti vedere in film e interviste, anche se la stessa Vitti ha ammesso la sua inibizione in certi contesti.
Una riservatezza che sul palco cessava di esistere, semplicemente perché Luisa Ceciarelli viveva di altra vita, fingendo di essere qualcun altro. “La scena era casa sua”, dice Carlo Molfese, e la sua presenza era devastante.

In generale, nel lavoro attoriale, qualsiasi ritrosia o disagio caratteriale di Monica scomparve. Troppa era la passione e probabilmente anche la voglia di dimostrare alla famiglia che fare l’attrice è un lavoro di tutto rispetto, che le permetteva di “conoscere, leggere, capire. Esistere” e anche di mantenersi, senza sacrificarsi. Anzi, la Vitti in questo era quasi spregiudicata: recitare era la sua vita, l’unica cosa che sapeva fare e la voleva dimostrare a tutti. Così, tra uno spettacolo teatrale e l’altro, aveva cominciato a insinuarsi anche nel mondo del Cinema. Inizialmente, era approdata al doppiaggio: un ambiente fiorente in quegli anni, visto che l’Italia giunse molto tardi a registrare i suoni in presa diretta. Ma, data la sua voce assai particolare, si doveva accontentare di una stretta nicchia di personaggi da interpretare (soprattutto felliniani). Tuttavia, fu proprio in studio di doppiaggio che il Destino bussò: Michelangelo Antonioni la nota e da quel momento la vita cambia per entrambi.

Antonioni aveva la sua musa, sulla quale costruisce interi film (La Trilogia dell’Incomunicabilità); la Vitti aveva il suo artista personale, per di più innamorato, che la inquadra come nessuno mai saprà fare.
Ma non era abbastanza.
Perché se da un lato l’attrice romana era stata immortalata come personaggio drammatico, dalle conflittualità esistenziali spiccate, dall’altro aveva uno straordinario talento comico (come nessuna donna prima di allora in Italia). Un talento che Antonioni non sapeva come far emergere e che l’intero cinema nostrano ancora doveva imparare a utilizzare. Cominciarono così le collaborazioni con Monicelli, Steno, Sordi (a quest’ultimo viene paragonata, in versione femminile). Storica anche la battaglia della Vitti per il riconoscimento della comicità: “Io lo faccio con lo stesso impegno […] anzi, far ridere è più difficile!”, afferma Monica in un’intervista in tv, ricordando a tutti che siamo il Paese della Commedia dell’Arte.

Oltre alle foto di scena e alle locandine dei film interpretati, la mostra dedica una sezione anche all’unico film in cui, oltre a recitare, la Vitti si fa regista e sceneggiatrice, “Scandaloso Segreto”: un’avventura che non poteva mancare di essere vissuta, ma che è rimasta un unicum nella carriera dell’attrice.

Una carriera che denota un adorabile eclettismo e un’adattabilità attoriale sorprendente, che la porterà anche a esibirsi negli spettacoli tv della Rai, facendola conoscere e apprezzare a milioni di italiani.

Soprattutto, La Dolce Vitti ha il merito di riuscire a dare l’idea dell’ambiente artistico e cinematografico di quegli anni, pieni di fermento e idee, realmente lanciato a raccontare la quotidianità, in modi diversi: ficcanti ma leggeri, densi ma onesti; spietati ma ironici. I grandi registi del Cinema italiano sono stati stregati dalla bravura e dalla maestosa personalità di Monica Vitti e l’hanno immortalata, ognuno a suo modo, senza mai mortificare la sua femminilità, ma, anzi, facendo brillare il suo essere donna e grande attrice.

Perché è questo che emerge da tutte le foto e le immagini presenti in questa mostra: una donna che viene ricordata per la sua bravura, per aver incarnato un miracolo attoriale eclettico e poliedrico quasi senza precedenti. Il fatto poi che Monica Vitti fosse anche di una impressionante bellezza imperfetta – e per questo inarrivabile -, senza però mai scadere nel volgare della sua immagine o in una plateale offerta carnale al pubblico, fa spiccare la statura, la dignità e la coscienza della sua grande femminilità. Femminilità legata in maniera intrinseca a una personalità dirompente che non faceva altro che fulminare chiunque la incontrasse.

La Dolce Vitti è in mostra al Teatro dei Dioscuri di Roma, fino al 9 Settembre 2018. Un sentito grazie agli appassionati curatori Nevio De Pascalis, Marco Dionisi e Stefano Stefanutto Rosa, che hanno saputo trasmettere la potenza di un’icona, contestualizzandola perfettamente nell’ambiente di nascita e azione. E un doveroso grazie anche all’Istituto Luce, che ha ideato e organizzato la mostra stessa, disseminandola con i suoi significativi filmati d’archivio.

WEB* cinecitta.com