SPORT
*IL CALCIO SLAVO

by Adriano Ercolani

A un passo dal paradiso

Dopo la finale dei mondiali di calcio, A un passo dal Paradiso di Fabrizio Tanzilli (edizioni Ultra Sport) si candida a essere inserito nel novero dei testi più profetici usciti negli ultimi anni.

 

Il libro, infatti, è un documentatissimo, appassionato, godibilissimo omaggio al calcio slavo, di cui il secondo posto ottenuto dalla Croazia ai Mondiali rappresenta l’apice a livello di piazzamento internazionale.

Non è facile raccontare, a chi non è esperto di calcio, l’epica paradossale del calcio slavo: una serie impressionante di talenti folgoranti e sprecati, di occasioni rocambolescamente perse, di finali perse per distrazioni veniali dopo rimonte entusiasmanti, di amicizie fraterne divise dalla follia della guerra, di sfide incrociate e improvvise alleanze, nel corso di una storia tormentata e crudele, illuminata, a livello sportivo, da giocate sopraffine, goal indimenticabili, squadre traboccanti classe e indisciplina.

Immaginate una squadra composta di rockstar, una più talentuosa e insofferente alle regole dell’altra, orientata più all’irrisione dell’avversario tramite una giocata complicatissima rispetto a un passaggio semplice e funzionale che potrebbe portare facilmente il risultato a casa: aggiungete un carattere rissoso come comun denominatore, tensioni etniche e rivalità di club da far apparire i nostri derby delle sfide tra boy scout in parrocchia e otterrete il vulcano di genio e follia che è il calcio slavo.

La prima, ovvia, quasi banale considerazione, è che se la Jugoslavia fosse ancora una nazione unita, potrebbe davvero schierare a ogni competizione il “Brasile d’Europa”, come spesso è stata soprannimata la nazionale slava.

Molti giocatori provenienti da quella nazionale smembrata sono divenute stelle solitarie che hanno fatto la fortuna dei club di tutta Europa, con le loro prestazioni discontinue ma a tratti folgoranti, capaci di risolvere sfide determinanti con colpi di teatro improvvisi, dopo magari un’intera partita trascorsa a passeggiare indolenti.

Solo negli ultimi vent’anni, è straordinaria la mole di campioni provenienti dall’area balcanica, molti dei quali hanno brillato nel nostro campionato: dal numero 10 per antonomasia, dalla classe cristallina, ovvero il serbo Dragan Stojkovic (che vinse una Coppa Campioni con l’Olympique Marsiglia) al Genio montenegrino Dejan Savicevic (memorabile il suo goal da centrocampo defilatissimo nella finale di Coppa Campioni nel 1994 Milan-Barcellona 4-0); dal formidabile cecchino croato Davor Suker (capocannoniere dei mondiali del ’98) al suo omologo serbo Predrag Mijatovic che segnò il goal decisivo della Champions League dello stesso anno): i due erano gli attaccanti della nazionale Under 21 della Jugoslavia unita e si ritrovarono compagni di attacco, con nazionalità diverse, nel Real Madrid; dal fenomenale croato Robert Prosinecki (attuale ct della Bosnia) al da noi celebre Sinisa Mihajlovic, specialista unico sui calci piazzati,  che da difensore con la Lazio scudettata collezionò un numero di goal e assist degno di un numero 10 (entrambi vinsero la Coppa Campioni con la Stella Rossa nel ’91); per non parlare dei talenti indiscussi del croato Boban, attuale vicesegretario FIFA (ben prima dei trionfi col Milan, fu eroica la sua resistenza contro la polizia durante un’invasione di campo durante Dinamo Zagabria- Stella Rossa), del serbo Jugovic (anche lui campione d’europa e campione intercontinentale con la Stella Rossa), dello sloveno Zahovic (miglior giocatore di sempre della sua nazionale), dei macedoni Pancev e Pandev (attaccanti talentuosi dalle alterne fortune in Italia), dell’indimenticabile “alieno” croato Boskic, del centrocampista serbo “totale” Stankovic e dei mille altri talenti delle varie nazioni che abbiamo applaudito negli ultimi anni (Vucinic, Pijanic, Kolarov, Dzeko, Milinkovic Savic, Mandzukic etc.).

Il mondiale della Croazia è stata la perfetta parabola del calcio slavo: partiti senza troppe speranze, i croati hanno incantato per il bel gioco, per le tante giocate individuali dall’alto tasso tecnico, per un gioco elegante e insieme ruvido, vincendo rocambolescamente per due volte ai rigori, per poi giungere a una finale, beffarda e paradossale come nel classico spirito balcanico.

Una finale con sei goal, con gli attaccanti fortissimi Mandzukic e Perisic che raddoppiano invertono i propri ruoli (segnano ma provocano anche le reti avversarie, il primo con uno sfortunato autogoal, il secondo commettendo un tuttora dubbio fallo di mano in area), segnando due goal perfettamente emblematici, il primo (dell’attaccante nerazzurro) di classe e potenza, (il secondo dell’attaccante bianconero) di astuzia pura.

Una finale con sei goal, con gli attaccanti fortissimi Mandzukic e Perisic che raddoppiano e invertono i propri ruoli (segnano ma provocano anche le reti avversarie, il primo con uno sfortunato autogoal, il secondo commettendo un tuttora dubbio fallo di mano in area), segnando due goal perfettamente emblematici, il primo (dell’attaccante nerazzurro) di classe e potenza,il secondo (dell’attaccante bianconero) di astuzia pura.

Una competizione degna dell’accoglienza straordinaria con cui la nazionale è stata accolta al ritorno a Zagabria, con una gioia e una grandeur che non ha nulla da invidiare alla carrellata trionfale dei vincitori sugli Champs-Élysées.

Se volete comprendere i motivi reali per cui gli estimatori di calcio hanno tutti tifato Croazia (sentimento antitranspalpino a parte) godetevi il ragionato peana di Tanzilli al calcio slavo e immergetevi nell’epica entusiasmante dei perdenti di genio dei Balcani.