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*BRUCE LEE

by DANIELE ERCOLANI

L’urlo di Chan terrorizza ancora

La Cina. Un Paese lontano, misterioso, una cultura quasi incomprensibile. Negli anni ’60, la Cina per un americano era  qualcosa di imponderabile, come una fabbrica che produceva persone con gli occhi a mandorla, che arrivavano in America per lavorare, ma che non si sarebbero mai integrate fuori dalle loro China Town.

Il 27 novembre del 1940 nasce sul suolo a stelle e strisce il cinese Bruce Lee. Date le premesse, un’esistenza che si affacciava al mondo in questo contesto non poteva non intessere legami col Mistero.

Ancora oggi infatti, a quasi 78 anni dalla sua nascita, non si conoscono tutte le verità sull’incredibile vita, finita a soli 33 anni per cause e circostanze decisamente poco chiare, di quest’uomo incredibile.

Per alcuni, Bruce Lee è stato solo un personaggio dello spettacolo, per altri un filosofo, per molti un inarrivabile maestro di arti marziali; per tutti è stato Chen: l’urlo che terrorizza l’occidente. Grazie alla sua figura è stato possibile aprire  la finestra su un mondo occulto, oscuro, assai diverso da quello degli occidentali: Lee con il suo carisma è riuscito ad affascinare un pubblico eterogeneo, a fargli sbirciare dietro le cortine di ciò che prima veniva ignorato o non considerato perché non capito, diverso, estraneo: i pilastri filosofici della cultura cinese.

Dopo soli tre mesi dalla nascita, la famiglia da San Francisco si ritrasferisce in Cina con il nuovo pargolo. Bruce cresce così nell’atipica e per certi versi emancipata Hong Kong, ex colonia britannica dove la cultura cinese era stata inevitabilmente contaminata da quella della corona inglese, quindi in una Cina “non China”. Con l’adolescenza, il temperamento esuberante di Bruce si manifesta in tutto il suo ardore. Forse un po’ troppo per i gusti del padre che, temendo che con le sue continue zuffe tra compagni di scuola, Bruce contaminasse per sempre il buon nome della famiglia, lo rispedisce a San Francisco. Il giovane prende questo evento non come una punizione, ma come una grande possibilità: parte per l’America con le idee chiare, ma una volta arrivato si accorge che il problema è farle digerire ai concittadini: sia da parte americana, sia da parte cinese.

Da un lato, è la paura del nuovo, del diverso a ostacolare i sogni di Bruce: gli americani paiono diffidare molto della cultura degli stranieri; dall’altro la chiusura del Paese della Grande Muraglia induce a mantenere i segreti, a non sporcare la propria cultura con quella di altre popolazioni. Si tratta, sostanzialmente, di due Paesi uguali e contrari: uno senza Storia (l’America) che vuole imporre il proprio modello al Mondo, l’altro (la Cina) di tradizione millenaria, che si chiude in sé stessa, percependosi come unico modello da seguire. Come si dice: trai i due litiganti, il terzo gode: il ruolo di attore nella serie TV “Il calabrone verde” è solo un trampolino che porterà  Bruce sotto i riflettori: una volta famoso e apprezzato per le sue inedite capacità marziali, il giovane portento tornerà al cinema di Hong Kong, nel 1971, dove troverà il ruolo da protagonista tanto agognato.

Negli USA, solo un pazzo avrebbe creduto di poter far successo con una sceneggiatura come quella di “Il furore della Cina colpisce ancora”. Come sarebbe potuto risultare interessante e convincente un “muso giallo” che con le sue avventure popolari, sconfiggeva e teneva testa ai “cattivi” giapponesi in casa propria?!
Ovviamente: boom delle arti marziali in tutto il mondo, dall’Asia all’America, passando per l’Europa: tutti conosceva Bruce Lee, i suoi colpi e il suo urletto strozzato che resta tutt’oggi un cult.

Poi la scena nel Colosseo. Il palcoscenico pesante. E Bruce ora è incontenibile.

Apre scuole di arti marziali provenienti dal Wing Chun, fondando il suo nuovo stile: il Jeet Kun Do “La via del pugno che intercetta”. Tutta questa popolarità, tutta questa apertura, ai cinesi non piace affatto. Per loro, all’epoca e chissà forse anche oggi, la forza della Cina è stata il non mescolarsi con altre culture, ma mantenere solida la loro identità.

E Bruce è meno amato di quanto si creda per le vie della seta. Visitando Pechino o Shanghai al massimo troverete una catena di fast food con la sua faccia o qualche simpatica bancarella con una o due “action figures” con Chen in posa.

A Hong Kong no, li qualcosa si trova.  Una splendida statua di Bruce sorveglia il porto e lo Sky Line alle sue spalle ne esalta la grandezza.
Bruce Lee è morto per cause misteriose, al culmine della sua carriera, ma quello che resta è famoso nel mondo: serve volontà.
Nei suoi discorsi in tv e nei suoi libri (ritrovati dopo la sua scomparsa), Bruce parla minuziosamente di allenamento, concentrazione, disciplina, attenzione nei dettagli, obbiettivi.
“Fuggi la banalità e scarta tutto ciò che è superfluo.” Disse.
Per molti fu solo un personaggio costruito, un fake che da semplice attore è diventato un filosofo, ma per altri è fonte di motivazione, esempio di coraggio e modello da seguire, tanto da diventare una vera e propria icona, sfiorando il mito.


Infatti troviamo statue e targhe in suo onore a Mostar in Bosnia, a San Francisco, a Los Angeles oltre ad una linea di abbigliamento casual dedicata a lui.
Bruce è stato un esempio di costanza, mentalità dedita al lavoro e simbolo di una Cina che non merita di restare nel sottoclow, ma vuole brillare come le stelle di Hollywood e non solo.