TEATRO
*VELIA VITI

by Rossana Calbi

La petite robe noire

La scorso otto marzo il Teatro Trastevere è stato la culla del ricordo di una donna che ha segnato la storia della canzone moderna: Edith Piaf.
La petite robe noire è nella voce di Annamaria Iacopini e Cristina Pensiero, è nelle parole che Velia Viti. La regista torna a Teatro Trastevere dopo aver fatto record d’incassi nel 2016 con lo spettacolo Non ti fissare, e porta sul palcoscenico una memoria che non è commemorazione, ma un souvenir che si porta via dopo lo spettacolo.
Della Piaf vorremmo l’energia espressiva nelle sue mani aperte e spalancate verso il mondo, vorremmo la sua capacità di coinvolgere il pubblico con la forza stessa della sua presenza, la Piaf è arte nonostante la vita stessa. Tutto questo coraggio nello spettacolo di Velia Viti, che ha rappresentato l’International New York Fringe Festival per le produzioni indipendenti. Dal piccolo teatro romano la vitalità è il dono che portiamo con noi quando cala il sipario.

* Da poco è andata in scena la pièce teatrale diretta da te dedicata a un piccolo passerotto nero. Nella presentazione dello spettacolo hai definito La Petite Robe Noire un pretesto. A cosa serve a te come regista questo appiglio?

In passato mi è capitato molto spesso di usare il teatro per raccontare storie, e di conseguenza ho concepito spettacoli per lo più narrativi, dove al centro della scena c’erano dei personaggi precisi, ben identificati, e le loro azioni che portavano avanti una vicenda. Forse questa è davvero la prima volta che scelgo di scrivere e realizzare uno spettacolo emozionale e personale, dove non sono è tanto importanti protagonisti e fatti, ma un punto di vista su un determinato argomento, il mio punto di vista. Parlo di Piaf, ma scelgo momenti precisi della sua biografia che collego in modo del tutto personale, per dire ciò che voglio, per suscitare nel pubblico emozioni e domande, e per parlare in realtà di me stessa.

* Se non canto muoio diceva la Piaf e non potendolo più fare decise di morire. Se dicessi una cosa del genere a chi ti circonda credi che capirebbero la tua passione per la tua espressione artistica?

Non credo, direi mai una cosa del genere. Da quello che ho letto su Edith Piaf la sua vita e la sua arte erano per lei una cosa sola, e davvero la sua espressione artistica, il suo canto, era ciò che nell’ultimo periodo l’ha tenuta in vita. Io sono molto diversa. È ovvio che il teatro sia una mia passione, ma non potrei dire se sia la prima o meno. Sicuramente non è una passione assoluta. Mi entusiasma certo, e io adoro entusiasmarmi, emozionarmi, sentirmi viva e libera, ma ci sono anche molte altre cose che fanno battere il mio cuore. E non rinuncerei mai a nessuna in favore delle altre.

* Raccontare una donna che ha combattuto con il dolore e con l’oscurità da sempre può far sentire incompleti e inadatti?

No, non penso. Se sono sicura perché sono realmente completa, non posso essere messa in crisi dal paragone con qualcun altro. Se invece non lo sono, sarò messa continuamente in crisi, anche per molto meno.

* Com’è entrata nella tua vita quel piccolo punto nero che gridava senza grazia e con enorme forza fino a consumare il suo corpo esile?

Una sera della scorsa estate, a cena. Annamaria Iacopini, la protagonista dello spettacolo, mi stava raccontando di un libro che aveva letto in quei giorni, da cui era stata molto colpita ed emozionata: era una biografia di Edith Piaf.

WEB* teatrotrastevere.it