TEATRO
*ESOTERICARTE

by Adriano Ercolani

Un viaggio tra esoterismo, simbologia, numerologia

Si potrebbe riscrivere l’intera Storia dell’Arte occidentale leggendo in tralìce l’immensa mole di messaggi occulti, codici simbolici, riferimenti esoterici che non solo appaiono nelle più celebri opere, ma ne sono di fatto sostanza d’ispirazione e fondamento strutturale.
Questo è l’assunto, interessantissimo, di EsotericArte: i misteri nell’arte Italiana. Un viaggio tra esoterismo, simbologia, numerologia, una ricerca colta e inusuale condotta da Elio Crifò sia a teatro (come nelle date del Novembre scorso al Teatro Vittoria accanto a Vittorio Sgarbi),  sia nell’omonimo libro (Terre Sommerse), che segue fedelmente il testo dello spettacolo.
Uno spettacolo còlto, brillante, non convenzionale, il cui valore si apprezza solo al termine del percorso.

All’inizio, sulla scena Crifò sembra un Dario Fo di destra: la sua parlantina ironica e raffinata sembra voler rovesciare l’interpretazione materialistica e popolare che il Premio Nobel ha proposto dell’arte sacra.
Intelligentemente, Crifò sfugge alla tentazione di idelogizzare il suo discorso, al contrario, nella introduzione spiega con parole perfette il suo sguardo sulla cultura occidentale (che sottoscriviamo in toto) rifacendosi agli aspetti migliori del pensiero tradizionale, senza ammiccare a inquietanti nostalgie politiche: “Nell’età della tecnica e del materialismo, una foresta non è altro che legname, la terra speculazione edilizia, il mare discarica, l’uomo forza lavoro. Oggi tutti dobbiamo possedere tre caratteristiche: funzionalità, efficienza, rapidità. In queste tre parole si esaurisce tutta la filosofia del nostro tempo. L’età della Tecnica è la dimensione più antiumana che sia mai esistita, e la tragedia è che socialmente non disponiamo di un pensiero alternativo a quello tecnico. Per noi, pensare, significa calcolare. Tutta la nostra società è costretta a vivere nei binari del pensiero dualistico, al di fuori di questo campo di concentramento filosofico non c’è economia e quindi non c’è sopravvivenza. Nell’età della Tecnica meno male che sopravvive l’Arte… che non è efficiente, non è rapida, non è funzionale. Esattamente come l’uomo!”.

Sulla scena, l’attore è un gigione in frac, dalla gestualità ammiccante e didascalica.
Eppure, tutto ciò che dice ci vede concordi e affascinati.
L’effetto è straniante, ma non nel senso brechtiano, più in quello dei Monty Python, tra l’elevatezza impeccabile dei contenuti e il tono che Chiara Babuin (in una splendida e positiva recensione) ha definito “da televendita”: sembra di star ascoltare Pippo Franco che legge un passo di Elémire Zolla, sembra di assistere a una lezione di Advaita Vedanta tenuta al Bagaglino.
Eppure, al temine della straordinaria carrellata proposta da Crifò, sia benedetto il tono da imbonitore se utile a veicolare alle masse messaggi così complessi e profondi.
Ci siamo sorpresi non solo ad annuire più volte di fronte agli interessanti collegamenti sincretici proposti, ma anche di rimanere a bocca aperta di fronte a nuove, illuminanti interpretazioni.
Esaltanti i riferimenti disseminati nel testo (da Gioacchino da Fiore ai Genesis), ma soprattutto esaltante è l’apertura mentale che consente di unire in un filo d’oro di conoscenza segreta i Pitagorici, i Neoplatonici, gli Gnostici e gli iniziati orientali.
Lo sguardo è concentrato sull’Arte Medievale, alla faccia degli ignoranti che ancora accostano il Medioevo a un’epoca oscura (Ah, i danni de “Il Nome della Rosa”!).

Ecco, quindi, Crifò esperto cicerone (verrebbe voglia di levare la “r” per evocare la bevanda inebriante dei Misteri Eleusini) nella Basilica di S.Vitale a Ravenna, riportando il bellissimo episodio della visione di Jung al vicino Battistero Neoniano; eccolo spiegare la simbologia del nodo di Salomone nella Basilica di S.Maria Assunta ad Aquileia; eccolo celebrare giustamente Federico II e ricordare (come ne La Via Lattea di Luis Buñuel) le assurdità della chiesa medievale come il sinodo del cadavere col processo alla salma di Papa Formoso: ecco mostrare come il Mosaico di Pantaleone nella Cattedrale di Otranto (costruita attorno al numero 108, per la gioia dei meditanti orientali) sia pregno di riferimenti cabalistici; eccolo condurci a Modena, Firenze, Pisa, Palermo fino alla straordinaria spiegazione della simbologia numerologica alla base di Castel del Monte ad Andria, sempre celebrando il genio di Federico II.
Un viaggio culturale entusiasmante e atipico.
Questo per ciò che riguarda la prima parte dello spettacolo di Crifò, un unicum di approfondimento culturale nel panorama teatrale attuale.
Speculare, per visione e interesse, l’intervento di Vittorio Sgarbi, che parla di ciò che “è evidente”, non di “ciò che è occulto”.
Siamo di fronte ai cavalli di battaglia del critico d’arte, sulle orme dell’amato/odiato maestro Federico Zeri, ovvero la riscoperta di grandi autori medievali oscurati dal gigante Giotto: il Maestro di Sant’Agata, Pietro Cavallini e i maestri bizantini senza nome.
L’intervento di Sgarbi come sempre è straripante, interessantissimo quando parla d’Arte, lezioso e intollerabile quando svisa logorroico sull’attualità politica, con accuse talmente peregrine a Papa Francesco da far venir voglia di difenderlo anche ai più incalliti anticlericali.

Percorsi paralleli e complementari di conoscenza, esoterica ed essoterica, che lasciano lo spettatore gravido di spunti, intuizioni, percorsi possibili, desiderio di ulteriore apprendimento.
In breve, uno spettacolo che speriamo torni molto presto in scena, una miniera di erudizione che consente di rivedere i capolavori dell’arte italiana come un gigantesco libro allegorico, una sotterranea via di conoscenza che si eterna da millenni nelle pieghe più fascinose della bellezza.