EXHIBITION
*DONNE, MADRI, DEE

by Chiara Babuin

3 aspetti del femminino.

Si concluderà tra pochi giorni la mostra gioiello, purtroppo poco pubblicizzata, Donne, Madri, Dee sita nel Castello di Udine. È dal 2013, infatti, che l’ala est di questa roccaforte cinquecentesca è sede del Museo Archeologico della città friulana.

Nel presente di crisi esistenziale e di estrema confusione che stiamo attraversando, una mostra simile dà l’opportunità di riflettere sulla rappresentazione e il significato della figura femminile negli ultimi 40 mila anni. Talmente universale è il tema, che la rassegna è stata da subito pensata attraverso il progetto COME-IN!: un’iniziativa che ha come obbiettivo l’abbattimento delle barriere non solo architettoniche (attraverso l’uso di rampe e ascensori), ma anche senso-percettive e cognitive (l’utilizzo di percorsi multisensoriali, come la scrittura in braille), che possono privare i disabili dal rapportarsi con l’Arte. Il Museo Archeologico e COME-IN vogliono quindi ampliare il bacino d’accesso alla Cultura – impresa non facile, visto che il Castello di Udine, come tutte le roccaforti, è stato costruito con l’idea di essere difficilmente accessibile! – per rendere le opere in mostra davvero un bene comune e, quindi, fruibili a chiunque.

D’altronde è una mostra che espone il fondamento della collettività: il Paleolitico vede la nascita dei primi gruppi umani, che si stanno organizzando mediante lo sviluppo della caccia-raccolta e della pesca: cominciano le sedentarizzazioni periodiche. Appartiene proprio al Paleolitico la prima statuetta che offre questa rassegna: La Venere di Savignano, presumibilmente risalente a 35.000 anni fa, che mostra una figura nettamente femminile.
Il Neolitico, l’ultimo dei tre periodi che costituiscono l’Età della Pietra, in cui comincia a svilupparsi l’agricoltura, vede il proliferare di fittili dalle sembianze femminili: tramite il lavoro della terra, i gruppi umani imparano a far provviste e diventano più stanziali. Ed è qui che diventa palese l’importanza del femminino nelle piccole comunità primitive.

Ma andiamo con calma e ordine. Questa mostra s’intitola Donne, Madri, Dee: tre nomi, tre figure, tre aspetti del femminino. Se da una parte abbiamo migliaia di ritrovamenti fittili di cosiddette “veneri”, dall’altra gli storici non hanno alcuna fonte che possa attestare con sicurezza il valore e la funzione di questi oggetti. Forse sottolineavano la diversità della donna rispetto all’uomo, grazie alla sua capacità creatrice (Donne e Madri, appunto), ma non è detto che non fossero manufatti votivi, attorno ai quali si strutturavano dei culti (Dee), come quello della Grande Madre.

Certo è che lo studio di società primitive contemporanee ad inizio ‘900 ha decretato che ogni gruppo comunitario coincide con la fondazione di una religione (dal latino religāre, composto dal prefisso re-, intensivo + ligāre =  “unire insieme, legare”) che si concretizza con la realizzazione di manufatti artistici, ovvero oggetti che non hanno alcuna utilità pratica, ma che sono impregnati di funzione simbolica: quella di unire due principi antitetici, col fine di creare equilibrio e quindi unione nella comunità. Nel simbolo, nel manufatto c’è perciò un’elaborazione identitaria. Le veneri neolitiche hanno quindi a che fare con l’identità, nonché con il principio di esistenza stessa della comunità.

Questa è la nostra origine in quanto gruppo sociale; questa è l’origine dell’Arte: rendere “oggettivo ciò che è soggettivo, trasformandolo poi in un comune patrimonio condiviso, ma anche assicurandogli una continuità e una durata superiore alla breve temporalità dell’individuo e delle generazioni”, come si legge nel catalogo della mostra, purtroppo di non facile reperibilità.

Le veneri (una addirittura bicefala) e gli oggetti di natura antropomorfa che si possono ammirare in Donne, Madri, Dee, erano dunque elemento fondante delle prime comunità primitive, nel senso che alla figura femminile veniva dato un valore, che tutta la comunità riconosceva. Secondo chi scrive, le celeberrime forme accentuate (seni, cosce e glutei prorompenti) potrebbero essere lette secondo quello che è stato e, fortunatamente, per alcuni artisti oggi ancora è, un connotato dell’Arte: l’iperbolicità, con l’intento di caricare di valore il manufatto (da donna con facoltà di generare, a simbolo di abbondanza), farlo ascendere dal quotidiano, senza però tagliarne le radici (da donna comune a Eterno Feminino, da madre a Grande Madre), costruendo così un immaginario altamente riconoscibile, ma che è altro, per potenza e simbolicità, dall’ordinario (da femmina mortale a dea), anche se in esso ha il seme.

Impossibile non pensare come in 40.000 anni, la donna sia passata dall’essere il principio fondante di un’associazione tra uomini, a oggetto estetico/erotico, svuotato di ogni valore, funzionale solo alla bramosia ormonale maschile. Perché quello che è importante da considerare è che la figura femminile, nel momento in cui veniva elaborata e consacrata a simbolo, veniva riconosciuta in primis dal suo opposto: il maschio, che non aveva in sé il potere della creazione (ma solo quello del possesso). È quindi un identificare che non solo unifica e mantiene una comunità, ma che determina, attraverso la diversità, anche il valore del maschio: un uomo può definirsi tale, solo quando distingue, riconosce e accetta la donna (in quest’ottica, non è da sottovalutare che le prime statuette maschili sono state rinvenute nell’Età del Rame: forse l’inizio di un cambio di mentalità, che coincide con l’avvento di una conquista tecnica).

Anche attraverso dei video multimediali – parte importante del sapiente e impeccabile allestimento della mostra – il parallelo tra primitivismo e contemporaneo è continuamente messo in dialogo. Impossibile, infatti, non richiamare tutti quegli artisti che, ad inizio del Novecento, con l’avvento e l’istituzione delle Scienze Sociali (Antropologia e Sociologia) hanno attinto all’archetipica arte primitiva, per poi rielaborarla secondo il loro sentire (Picasso, Klee, Gauguin, Modigliani e moltissimi altri).

È quindi doveroso ringraziare sentitamente il Museo Archeologico di Udine e la sua responsabile, la dott.ssa Paola Visintini,  per la considerevole opportunità di poter sfiorare, anche senza discernimento, gli albori della nostra esistenza (l’Origine), con la speranza che Donne, Madri, Dee abbia fatto germinare nei suoi fruitori un processo di ricerca tale, da ricreare al più presto un pantheon femminile contemporaneo. D’altronde, se Platone afferma “Il mondo è pieno di dei” (Leggi, 899b), è presumibile che sia anche pieno di Dee; che però si devono ancora scoprire, riconoscere e farsi riconoscere.

Ad maiora!

WEB* www.civicimuseiudine.it