EXHIBITION
*MARINA BOLMINI

by Rossana Calbi

«Mi ispira la copertina in toto.»

Il fascino dei vinili non è più una passione comune solo agli hipster ma la consapevolezza che l’ascolto di un disco è anche riflessione.
Un momento che indica una scelta lenta e calibrata che richiede un tempo lungo che va dal momento in cui fai scendere il piatto rigato sulla mano, lo rigiri e poi lo riponi nella sua custodia che hai modo di ammirare perché ha la dimensione giusta per tutti i dettagli e non un semplice cartoncino ripiegato nella plastica o un minimale sul monitor dello schermo. Le dimensioni sono importanti anche nella musica! Perché ci aiutano a ricordare meglio anche il contenuto, ci permettono una rielaborazione emozionale ed emotiva, da questo processo nasce Hardcore for Dummies, la mostra personale di Marina Bolmini che, dopo la sua presentazione primaverile a Pescara nel 2017, giunge nel cuore della Capitale.
Fino all’11 febbraio 2018, Parione9 Gallery apre le porte alle band che costituiscono di punti fermi per la cultura alternativa e che diventano le protagoniste inconsapevoli di un progetto didascalico che usa le figure più conosciute decontestualizzandole e facendole diventare le altro.

La semplicità, la leggerezza per raccontare esperimenti, trasformazioni ed evoluzioni che segnano ancora oggi una storia musicale poco conosciuta ai più, un contesto sociale particolare e, per questo di nicchia, che la Bolmini spiega utilizzando schemi e immagini facili, perché i deboli e i confusi venerano le finte semplicità della franchezza brutale*. Ed è brutale trasformare dei ribelli con il chiodo in quattro principesse dalla carnagione diafana, è utile per il fruitore dell’immagine che si sente rassicurato, e che si avvicina alla ribellione senza paura, potendo anche capire, forse.
La Bolmini non è nuova all’utilizzo di figure comuni decontestualizzate per l’esemplificazione di significati differenti, nel 2003 le action figures si materializzano nella ceramica della nonna, per denunciare la violenza domestica. Il sincretismo genera nuovo e usare linguaggi conosciuti ci aiuta a capire meglio, a volte da soli certi salti non li riusciamo a fare, ci può aiutare l’arte.

* I personaggi Disney, poi Ken e la Barbie, tutto usabile per giocare con le copertine dei dischi. Sono tutti dischi del tuo vissuto, a volte è più difficile lavorare su cosa conosciamo bene che immergersi in nuove esperienze, su cosa è stato più faticoso lavorare emotivamente?

In realtà è stato un lavoro piuttosto soddisfacente sotto tutti i punti di vista, non ho fatto nessuna fatica.
Forse un coinvolgimento emotivo maggiore l’ho avuto con la copertina di Dirty dei Sonic Youth, che sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Hanno una discografia molto ricca e, spesso, hanno usato opere di artisti per le loro copertine. Tra questi c’è Mike Kelley, a cui sono molto affezionata. Lo vidi per la prima volta a Torino nel 1992, in una mostra che si chiamava Post Human: fu un colpo di fulmine. Provai una sorta di sindrome di Stendhal, non uno svenimento ma versai qualche lacrima. Mi piacque così tanto che  lo scelsi come soggetto per la tesi di diploma in accademia. Scoprendo che si dedicava anche alla performance, era amico di Kim Gordon (bassista dei Sonic Youth) e aveva un’attitudine molto punk: fu fondatore di una band che si chiamava Destroy All Monsters, dove suonò anche Ron Asheton degli Stooges.

Kelley è morto suicida nel 2012, fu un grande dispiacere apprendere la notizia. Fare la cover di Dirty era d’obbligo.

* Un lavoro di un anno che hai seguito in toto anche nella realizzazione delle cornici, cosa che mi ha colpito molto. Quanto è importante per te il Do It Yourself?

Più che importante direi naturale. Ho studiato in un istituto d’arte, nella sezione di oreficeria. Era una scuola semiprofessionale dove dopo la fase di progettazione ne seguiva una di realizzazione nei laboratori: te lo disegni e te lo fai. Lì ho imparato a usare seghe e martelli, a saldare, a limare, ad avere in mano attrezzi di vario tipo. E quello che non so fare cerco di apprenderlo, mi autodefinisco artworker e bricoleur da sempre.

* Hai prestato attenzione anche alla fotografia usata nei vinili, raccontaci i fotografi che ti hanno ispirato. Falli conoscere anche a noi?

Mi ispira la copertina in toto, non tanto la fotografia che ci trovo.  Però potrei menzionare Glen E. Friedman, ha fotografato quasi tutti i gruppi che sono in mostra.

* Non ti chiedo chi siano i tuoi riferimenti musicali, li hai tutti appesi sulle pareti di Parione9, ma quelli artistici, dai classici ai contemporanei.

Potrebbe essere un elenco lunghissimo e incompleto. Tra quelli più importanti citerei
Marcel Duchamp, Meret Oppenheim, Roy Lichtenstein e tutta la pop art, Seurat e Signac, Louise Bourgeois, Jenny Holzer, Mike Kelley, Jana Sterbak, Christian Marclay.
E una marea di disegnatori di cartoni animati, fumetti e videogiochi.

WEB* marinabolminiarte.blogspot.it • parione9.com

* Marshall McLuhan, curatore Marco Pigliacampo, Aforismi e profezie, Armando Editore, 2011
Foto di Diana Bandini