MUSIC
* DOLORES O’RIORDAN

by Valentina Mosè

Living not for reality

Li abbiamo voluti tutti i capelli come lei, corti e ossigenati. Erano i tempi dell’album No need to argue (1994) e noi, ragazze al liceo negli anni ’90, “non volevamo discutere”, volevamo farci sentire e lo facevamo con Zombie, mettendo alla prova un modo di cantare che ci sembrava incredibilmente nuovo. Riprendevamo fiato e “What’s in your head, in your heeeeaaaaad… zombie”, gorgheggio. Sempre con Zombie imparavamo a suonare in saletta, quella che costava meno e, alla seconda ora di prove, sapevamo di rancido e uova.

Non ero una fan sfegatata di Dolores O’Riordan e non voglio fare quella che “quando muore uno famoso” si sente parte di un lutto che non le appartiene. Però è vero che io -che non riesco a ricordare due parole di fila neanche quando mi vengono dette pochi minuti prima- Zombie la conosco tutta e so pure Ode to my family.

Era forse la sua voce che mi piaceva, di sicuro i suoi capelli, o magari mi tornava solo facile “Doo doo doo do, doo doo doo do”, un ritornello acustico che non lascia scampo, vuoi o non vuoi, lo impari. Da qualche parte nella mente conservo anche i testi di altre canzoni dei Cranberries e li riscoprirò in questi giorni in cui lei, morta prematuramente, viene celebrata di qua e di là.

Non so che fine abbia fatto Dolores negli ultimi 20 anni. Di sicuro non ha abbandonato la musica e, fra carriera solista, talent show e collaborazioni (addirittura con i Negramaro…), è arrivata a 46 anni, 3 figli e un hotel a Londra dove ci ha salutato tutte, noi ragazze degli anni ’90.
Mi piace solo pensare che lo abbia fatto così:

We used to be so free
We were living for the love we had
Living not for reality