MUSIC
*ANDREA LASZLO DE SIMONE

by Valentina Mosè

Ho fatto un disco ingenuamente rétro

Quando ho visto il video di “Uomo Donna”, brano che dà il titolo al suo ultimo album uscito lo scorso giugno, ho pensato: diamine, se sembra mio papà negli anni Settanta ‘sto qui! Ma forse sembra il papà di tutta una generazione perché quegli anni erano così, con i baffi e con i capelli arruffati, ed è stato bravo lui a ricrearli sullo schermo. Sì, perché Andrea Laszlo De Simone quel video lo ha ideato e montato da solo e la musica nella sua vita è solo una porzione che viaggia di pari passo con altre attività.

* Montatore audio-video, batterista, cantautore: quante “vite” ha Andrea Laszlo De Simone, quale prende più sul serio e perché?

Io sono un padre di famiglia. Questo è il presupposto. Ho uno splendido bambino che è la mia vita. Il resto delle cose che faccio è l’insieme un po’ goffo delle cose che so fare, sono autodidatta e non sono pienamente preparato in niente. Ma amo molto registrare… ho un carattere istintivo e la musica è un ottimo veicolo.

* Pensando al video di “Vieni a salvarmi” – che è visionario e anche un po’ criptico: sono dieci volte che lo guardo e ancora non sono sicura di aver capito la storia -, quanto l’immaginario visivo influenza il tuo modo di fare musica e viceversa?

Diciamo che fare musica influenza il mio stato d’animo e di conseguenza il mio modo di vedere. Il video di “Vieni a salvarmi”, ideato e realizzato con Gabriele Ottino e Paolo Bertino, si sposa più col contenuto lessicale della canzone che con quello musicale. Il centro del video è la messa in dubbio di tutto quello che ci circonda compresi i nostri strumenti d’indagine della realtà.

* Ho letto in varie interviste che esprimi sempre qualche perplessità quando associano la tua musica agli anni Sessanta/Settanta italiani, ma nel brano “Uomo Donna” è innegabile un certo richiamo allo scenario sonoro progressive e anche il video è stato girato per dare un impatto visivo vintage. Il tuo è un odio-amore per quegli anni o… che palle, non so più cosa rispondervi?

La questione non nasce da quel che viene visto dall’esterno, ma dal processo interno. Io in realtà non sono affatto un conoscitore degli anni Sessanta/Settanta italiani, anzi, a dire il vero io non sono proprio un conoscitore di musica. E questo mi mette in imbarazzo. Sentire parlare di qualcosa che a malapena conosco come se fosse la mia bibbia mi mette in una strana posizione. Ora, sicuramente in tv quand’ero piccolo avrò visto qualche trasmissione dei tempi che furono e sicuramente ne sarò rimasto in qualche modo affascinato, ma se devo pensare a una cosa che mi resta in mente non sono tanto le canzoni, eccezion fatta per qualche capolavoro che è nella memoria di tutti. Quello che mi rimane davvero è la sensazione che le persone si esprimessero in media con più sincerità. Anche i suoni di quel periodo mi sembrano un po’ più genuini. Se ascoltate i suoni di “Uomo Donna” e poi ascoltate un pezzo registrato 50 anni fa, però, vi accorgerete subito che suonano in modo molto diverso, ma qualcosa in comune c’è ed è il fatto di non seguire una precisa regola di pulizia del suono e anche il fatto di registrare empiricamente, usando solo le orecchie e nessun criterio di giusto o sbagliato. Anche le canzoni stesse di “Uomo Donna” hanno una scrittura molto semplice.
In questo disco ho cercato di assecondare quello che veniva fuori senza inseguire qualcosa.
Nello stesso modo abbiamo lavorato ai suoni io e Giuseppe Lo Bue. Poi, dopo l’uscita del disco, con tutti gli accostamenti illustri che sono stati fatti sono andato ad ascoltare un sacco di musica. Grazie a tutte le recensioni ho scoperto moltissime canzoni e gruppi degli anni ’60/’70 di cui peraltro, dal mio punto di vista, non ci si può che innamorare.
Ma questo è inequivocabilmente un disco del 2017 che ha scarsa coscienza non solo della musica di 40 anni fa, ma anche della musica di oggi.
In sostanza è il disco di uno che quasi non ascolta musica.
Poi ovviamente arrivano le orecchie degli altri, specialmente dei critici o dei conoscitori di musica, che iniziano a decodificare il “caso” e iniziano a dargli un senso e un ruolo. E ogni cosa viene messa in un cassetto specifico per esigenza di collocare. Ed anche io finisco in cassetto. Ed è giusto, comprensibile e sacrosanto. È l’analisi dei fatti. Ed evidentemente, a conti fatti, questo è un disco ingenuamente retrò.

* Quindi se, in un futuro immaginario, ti fosse dato il compito di salvare solo 3 oggetti di quegli anni (Sessanta/Settanta), quali porteresti con te? Vale anche la coperta della nonna, fatta di presine all’uncinetto.

Oggetti degli anni Sessanta/Settanta? Ad esempio? Ehm… Ok, una me l’hai suggerita tu, la coperta di presine… davvero non saprei proprio… un registratore a nastro e una cinepresa?

* Veniamo ai live. Estate e autunno sembrano vederti attraversare l’Italia in lungo e in largo, quasi senza sosta: personalmente, ti ho già visto al Siren, ai Todays e ti vedrò al Rome Psych Fest. Cosa ti piace di più dei tour e cosa, invece, ti farà dire: basta! “Sparite tutti”?

Posso risponderti solo banalità… Ovviamente la cosa che mi piace di più è suonare con i ragazzi e andare a letto sapendo che la mattina dopo la sveglia non sarà alle 7. Ma poi quello che mi manca è proprio non svegliarmi alle 7 con i baci di mio figlio.

* Chiudiamo questa intervista con la domanda esistenziale per eccellenza, liberamente ispirata a una tua vecchia canzone: se ci pensi veramente, cosa ti rende “Felice”?

Facilissimo: la mia famiglia e la musica.

WEB * www.facebook.com/andrealaszlomusica
ROME PSYCH FEST: 17 novembre, MONK >> www.facebook.com/events