TATTOO
*CORPO, DEVIANZA, APPARTENENZA

by Rossana Calbi

“Il corpo modificato risponde all’urgenza di cambiamento”

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Domenica 23 ottobre 2016 Uroboro, l’unica libreria della Capitale dedicata al tatuaggio, ha ospitato l’incontro di tre studiose sul tema dell’arte di rendere indelebile un disegno sul corpo. Anna Livia Carella, Cecilia De Laurentis e Martina Ronca, una scrittrice e due storiche dell’arte, hanno raccontato tre aspetti fondamentali che fanno sviluppare l’idea di realizzare e “farsi” realizzare un tatuaggio. Partendo dalla storia del tatuaggio come espressione artistica raccontata e cristallizzata dagli artisti non solo sul corpo, ma anche sulla tela, Cecilia De Laurentis, al momento impegnata in un progetto di ricerca in Germania Der Nachlass des Hamburger Tätowierers Christian Warlich (1891-1964), ha indicato i punti in cui il tatuaggio è riconoscibile come elemento in un’opera d’arte. Il colore sul corpo è una chiara indicazione che l’arte come rappresentazione della realtà non ha potuto negare: un segno che specifica la riconoscibilità in un gruppo, e sempre e comunque una scelta anche subita; è su questa scelta di costruzione dell’individuo, inserito in un contesto più ampio e parte di una collettività ben delineata, che si è soffermata Anna Livia Carella. La studiosa è partita dalle ricerche che ha compiuto per la scrittura del libro edito da Castelvecchi, Il fuoco sulla pelle, e ha fatto un’analisi su come i segni rendano riconoscibili e quindi siano un motivo di accettazione o di rifiuto sociale. Il suo studio è sulla società del Sol levante, ma è un approfondimento storico che potrebbe essere allargato e anche in Occidente; qui l’individuo cerca una sua identità anche in un gruppo, e se in Giappone questo è ormai accettato come forma di sviluppo personale e sociale, in una cultura più dispersiva è facile negare di aver bisogno di segni per riconoscersi in qualcosa e in qualcuno. Un processo antropopoietico che Martina Ronca, ha analizzato nella presentazione dell’arte performativa più contemporanea, nei personaggi estremi che hanno dichiarato, con il loro corpo, la loro arte. Curatrice e musicista, Martina Ronca ha spiegato il corpo come una tela su cui si possono dichiarare i propri intenti artistici e su cui si può modificare la propria personalità in una fase di crescita che risale a espressioni tribali e che confermano come l’umanità si incastra sempre e comunque in medesimi step evolutivi.

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Otto Griebel, Ship Boilerman, 1920

L’arte occidentale condizionata dal tatuaggio nel passato e nel presente: l’aspetto storico-artistico che dobbiamo conoscere.
Cecilia De Laurentiis: L’arte da sempre è rappresentazione non solo del sentimento di un singolo, ma di un’intera società e il tatuaggio – essendone un prodotto – è stato più volte rappresentato mediante diverse espressioni culturali e artistiche, a partire dal Neolitico fino a oggi. Per me è certamente interessante analizzare l’uso che alcuni artisti ne fecero in epoca moderna, nello specifico nella Germania a cavallo tra la Repubblica di Weimar e il Terzo Reich. Il tatuaggio nelle opere di artisti come Christian Schad, Otto Dix, Otto Griebel, non vuole essere rappresentazione stravagante di un corpo repellente/attraente o metafora di un’interiorità primitiva, ma entra nella loro arte come protagonista di una liricità oggettivista. Questo approccio fu in contro tendenza alla percezione degli studi positivisti che indentificavano il corpo tatuato come simbolo atavico dell’Uomo degenerato. In virtù di questo clima di diffidenza attorno al fenomeno, il segno indelebile sulla pelle divenne attributo degli out-law, degli emarginati, della classe operaia; era simbolo di appartenenza da mostrare con orgoglio, rappresentazione di un mondo che si collocava agli antipodi rispetto al potere costituito che aveva portato la società ad affrontare una profonda crisi, non solo economica, ma dei valori morali e identitari. A partire da questo momento ‒ a mio parere ‒ si potrebbe definire il tatuaggio come segno di un Corpo politico, che tutt’oggi fa vacillare le certezze di coloro che guardano a questo con sfavore e pregiudizio. Ne sono dimostrazione le opere di alcuni artisti che a partire dagli anni ’60 del Novecento iconicamente hanno usato il tatuaggio per esaltare le contraddizioni della società post-moderna (es: Peter Blake, Valie Export, Catherine Opie, Santiago Sierra ecc.).

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Irebokuro

Nel libro Il fuoco sulla pelle sono analizzati vari tipi dei legami sanciti da un segno sulla pelle, uno di questi è irebokuro che ha un aspetto romantico, che significato ha?
Anna Livia Carella: L’irebokuro era un pegno d’amore che suggellava i sentimenti provati. Era uno dei possibili modi che le geishe avevano per dimostrare la propria devozione a un particolare cliente: potevano anche tagliarsi il mignolo o i capelli, tirar via un’unghia, fino ad arrivare al doppio suicidio per assicurarsi una successiva vita insieme. Ire significa “inserire” mentre bokuro proviene da hokuro che significa “neo”. All’inizio non era che un punto, come un neo, tatuato a metà tra la base del pollice e il polso. Quando i due amanti si prendevano reciprocamente la mano, la punta del pollice dell’uno sfiorava il neo tatuato dell’altro. Nacque durante il Periodo Tokugawa (1600-1867) nei quartieri di piacere di Kyōto e di Ōsaka e da lì si diffuse a Edo ‒ l’attuale Tōkyō ‒ dove si sviluppò nella forma di nomi, frasi tatuate sulle braccia o sulle cosce. Spesso i nomi erano seguiti dall’ideogramma inochi che significa “vita”; era come dire che la persona era amata più della stessa vita o che il legame sarebbe durato per tutta la vita. Per questo motivo, a volte, il tratto finale era allungato per sottolineare la lunghezza e la forza del pegno d’amore.

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Irebokuro

Le donne giapponesi come e perché disegnano il loro corpo?
Anna Livia Carella: Se risaliamo alle origini del tatuaggio giapponese spesso il tatuarsi sanciva un’usanza sociale femminile. Ad esempio, tra gli ainu, le prime popolazioni che abitarono le isole giapponesi, le donne si tatuavano intorno alle labbra una sorta di baffo, l’anchipiri, seguendo particolari e lunghi rituali e con intento apotropaico; si credeva che, senza il tatuaggio, gli spiriti maligni potessero entrare dai buchi della bocca e del naso. Nelle isole Ryūkyū, invece, era usanza tatuarsi le mani con segni e simboli e anche qui il tatuaggio era quasi esclusivamente femminile. Nei periodi successivi, invece, donne e uomini cominciarono probabilmente a tatuarsi per gli stessi motivi e con lo stesso intento. Parlando di tatuaggio tradizionale, quindi a tutto corpo, esso è fortemente legato e proprio della mafia giapponese, la yakuza. Con questo non voglio dire che tutti coloro che si tatuano sono mafiosi ma sicuramente è vero che tutti gli yakuza sono tatuati. In questo caso tatuarsi significa sancire un legame indelebile con la propria banda; indica forza, coraggio e resistenza al dolore perché la tecnica giapponese, il tebori ‒ incidere a mano ‒ è tra le più dolorose che esistono. Al di fuori del mondo yakuza le ragioni di un tatuaggio possono essere varie. Può indicare, anche qui, appartenenza a un gruppo, del resto i primi a tatuarsi a tutto corpo sono stati i gruppi dei pompieri o dei lavoratori manuali per i quali lavorare con il tatuaggio in bella vista era motivo di ostentazione e di orgoglio. Inoltre, per i giapponesi, il tatuarsi con i motivi tradizionali implica identificazione e profonda conoscenza dei motivi iconografici che si scelgono. I motivi del tatuaggio tradizionale sono ampiamente visibili nelle arti grafiche, nelle sculture, nei pinnacoli dei templi e sono comunemente riconosciuti da tutti i giapponesi: la scelta di un tatuaggio a tutto corpo implica dunque un forte legame con la propria cultura.

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Orlan Peking, Opera facial designs

Il tatuaggio come antropopoiesi in una società che necessita di identificazione: l’individuo diventa altro grazie a una rappresentazione fisica, scopre una parte di sé o della società di cui fa parte?
Martina Ronca: Il bello della modificazione corporale, che include, naturalmente, anche il tatuaggio, è che potrebbe non avere soluzione di continuità fino a che il corpo dell’individuo non si estinguesse ‒ e anche allora, comunque, si trasformerebbe in altro. Una scoperta di noi stessi potenzialmente infinita, un perpetuo mutarsi e mutare dell’idea che si ha di sé e delle proprie sembianze: il soggetto modify, intervenendo sul proprio corpo, coglie alcune delle possibilità che ha di essere, ma non esclude le altre, consapevole che l’unica costante della sua esistenza è il divenire. Per quanto spaventoso possa sembrare agli occhi della società, che nello smarrimento da terzo millennio insiste su uno status quo immobile, datato e inadeguato, il corpo modificato, scarificato, tatuato è ciò che meglio ne incarna l’essenza fluida e più propriamente risponde all’urgenza di cambiamento radicale a cui essa non può sottrarsi.

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