MUSICA
* DENTE

by Valentina Mosè

Esperimenti d’autore

disco

Quando ho letto che il nuovo disco di Dente era di difficile ascolto e ci voleva un po’ per digerirlo, mi sono catapultata su Spotify con una voracità che raramente mi coglie per i cantautori italiani. Anzi, vero è che non mi coglie mai, e che io di musica italiana ne ascolto davvero poca. Giuseppe Peveri (anche Dente ha un nome all’anagrafe) fa eccezione e Canzoni per metà ha ripagato la mia foga perché è un album bello, introverso e raffinato, proprio come piace a me. Di più: è un disco che giustamente se ne frega di chi lo ascolta e va per la sua strada. Così deve essere la musica.
Poi è successo che, in perfetta sospensione tra sogno e realtà, come le sue canzoni, ho fatto una chiacchierata telefonica con Dente e ci siamo detti che… lo amo? No, non gliel’ho detto, maledetta timidezza!

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* Canzoni per metà è un disco che ha il dono della sintesi. Molti pezzi sono brevi, brevissimi: 0.55/0.58 secondi. Non hai paura che una canzone così concisa possa rimanere fugace e non lasciare traccia di sé nell’ascoltatore?

Sì, fa parte di una delle tante paure che accompagnano questo disco, ovvero che le sue canzoni possano passare inosservate rispetto ad altre che ho composto. Ma Canzoni per metà è un po’ un esperimento, proprio per testare queste paure e per vedere se sono vere oppure no. Le conclusioni le trarremo più avanti. Un’altra paura che ho è che queste canzoni, sia quelle brevi sia quelle non brevi, hanno bisogno di essere ascoltate con un po’ più di attenzione del solito.

* Personalmente ho trovato la brevità un punto di forza dell’album e, allo stesso tempo, mi sono chiesta se non rifletta il mondo che ci circonda: andiamo sempre di fretta e non abbiamo tempo di soffermarci troppo, men che mai ad ascoltare. C’è qualcosa di tutto ciò in Canzoni per metà oppure no?

Non saprei dire se c’è questo… è sicuramente vera la questione della fretta e che nella musica bisogna fare i conti con il fatto che oggi la si ascolta in una maniera diversa da come andrebbe ascoltato questo disco. Canzoni per metà andrebbe ascoltato come si ascoltavano i dischi vent’anni fa, con attenzione e senza quella impazienza che c’è oggi per cui devi decidere immediatamente se una cosa ti piace oppure no, lo devi decidere entro… toh, 10 secondi.

*10 secondi come un like sui social…  mi piace!

Esatto: mi piace! Però poi te ne dimentichi. Invece, quando si ascoltavano i dischi in un altro modo, funzionava diversamente. Innanzi tutto, dal momento che i dischi li pagavi, quando li portavi a casa, se al primo ascolto non ti piacevano, non li abbandonavi lì, visto che comunque avevi speso dei soldi. Almeno un’altra volta un disco lo riascoltavi: volevi capire se ti piaceva oppure no per davvero, volevi capire cosa non ti convinceva e, quindi, lo riascoltavi, lo riascoltavi e lo riascoltavi. Succedeva che, a volte, non ti piaceva davvero e altre volte scoprivi, magari al quarto ascolto, che era un disco bellissimo. A me è capitata tante volte questa cosa qui. Oggi anche io ascolto la musica in un altro modo perché i mezzi per ascoltarla sono diversi. Perciò anche a me capita di cadere nel tranello per cui mi dicono “Ascolta questa roba qua” e, se il primo pezzo non mi prende proprio al 100%, ne skippo metà e passo al secondo, di cui magari non mi convince l’introduzione e tanto mi basta per dire “No, non mi piace”. Magari sbagliando. Magari se ascoltassi quello stesso disco con un po’ di attenzione in più, scoprirei che invece mi interessa.

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* Canzoni per metà è un album doppiamente coraggioso: non solo tanti pezzi brevi, ma anche molte canzoni senza ritornello, che boicottano la ripetitività, in favore del racconto di una storia. Io ci ho visto una certa affinità con il tuo libro Storie per bambini molto stanchi, uscito lo scorso anno per Bompiani. C’è una qualche corrispondenza fra il libro e il nuovo disco e quanto dell’”esperimento libro”, se vogliamo chiamarlo così, è finito nel disco?

Sicuramente un po’ del libro ci è finito. Forse anche solamente il fatto di averlo pubblicato, ovvero che ci sia stato un grande editore che ha scelto di portare nelle librerie Storie per bambini molto stanchi mi ha legittimato a fare un disco del genere, mi ha dato coraggio. Magari anche solo inconsciamente mi ha confermato nella decisione di pubblicare un disco che non credo sia difficile, ma sicuramente non è canonico ed è diverso dai dischi che si sentono normalmente. Così come, d’altro canto, il mio libro è diverso dai libri che si trovano sugli scaffali normalmente. Tant’è che tutti gli editori a cui inizialmente lo avevo fatto leggere mi dicevano: «Sì, il libro è bello, ma non sappiamo dove metterlo».

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* In effetti, non c’è una categoria in cui sia possibile inserirlo…

Infatti. Il mio libro non rientra né in una categoria, né in qualche collana. Quindi, molti editori, invece di capire che proprio questo aspetto sarebbe stato il suo punto di forza, mi dicevano: «No, non lo vogliamo pubblicare perché non sappiamo dove metterlo». Per fortuna, un editore lungimirante come Bompiani ha detto: «Se non si sa dove metterlo, vuol dire che è una roba nuova, è una cosa diversa da tutte le altre, vuol dire che è bello». Ecco, questa sicurezza probabilmente mi ha un po’ legittimato nel disco. Insieme ai risultati ottenuti da Storie per bambini molto stanchi perché, in effetti, il libro ha funzionato e ha venduto e, contemporaneamente, io ho fatto una cosa molto “mia”, particolare, il mio modo di scrivere alla fine è quello. Ho scritto tante canzoni più “strane” di altre nel tempo e ora le ho raccolte in Canzoni per metà. I miei pezzi più canonici, che magari sono nei dischi precedenti, non li ho mica scritti pensando di voler fare una cosa canonica, e nemmeno per vendere di più o perché volevo essere passato in radio. È solo che le canzoni mi escono a volte in un modo e a volte in un altro modo. Ecco, in questo album ci sono le canzoni un po’ più particolari, quelle un po’ più fuori dalle logiche. Non mi sono mai sforzato di fare né una cosa né l’altra.

* Quindi sei un’artista pieno di “ispirazione” in generale?  

(Ride) Questo è un altro discorso! A volte lo si è di più e a volte lo si è di meno: ci sono periodi in cui scrivi di più e periodi in cui non ti viene niente, non hai niente da raccontare, non hai niente da dire e non scrivi niente. Spesso vai in una paranoia cosmica e ti dici che hai perso completamente “quella cosa lì”. Mi è capitato tantissime volte di dire «Non son più capace di scrivere canzoni», mi è capitato anche dopo Non c’è due senza te (il secondo album di Dente del 2007, ndr) di dire «E adesso cosa scrivo?» e poi ho fatto L’amore non è bello (2009), che forse è il mio disco più famoso. Quindi, da quella volta lì, ho capito che la paranoia passa.

*Dalle paure, passando per l’ispirazione, arriviamo ora a parlare di sentimenti. Canzoni per metà secondo me è un album “diversamente sentimentale”, ovvero parla di tanti sentimenti e tutti diversi, anche in contraddizione tra loro. Alcune canzoni sono nostalgiche, altre romantiche e altre ancora sono ironiche. Secondo te, c’è uno stato d’animo prevalente dell’album?

Sai che non te lo so dire? Secondo me, è una cosa molto soggettiva. Magari per me la canzone ha una valenza, mi trasmette uno stato d’animo e a qualcun altro no. Mi è capitato tante volte di sentire gente che rideva su una mia canzone che a me non faceva ridere per niente, anzi mi faceva piangere: «Quella frase che ridere che mi fa!»… e io dicevo «Ma come ridere???». Insomma, ognuno ci legge un po’ quello che vuole nelle canzoni, in base al proprio vissuto e alla propria sensibilità. In questo disco ho raccolto canzoni scritte nel corso degli anni, come ti dicevo, per cui ci sono canzoni molto vecchie e ce ne sono altre più recenti. Non sono neanche legate a un periodo per cui potrei dirti «Sai, in quel periodo ero un po’ così, mi era successa questa cosa e di conseguenza sono uscite queste canzoni». Sono canzoni che ho scritto nel tempo e ci sono perfino canzoni di dieci anni fa, è difficile dare una risposta.

* Dal momento che mi ha colpito il testo di “La rotaia e la campagna”, una canzone brevissima che è quasi una poesia, ora rischio di fare quella che lo ha sentito a modo suo. Quando dici “Penso sempre meno a te, penso sempre meno a noi…“: è spietato, dai, se si parla di amore!

Ecco, quella secondo me è la canzone più bella che c’è sul disco! Mi è uscita nel tempo che si ascolta, 58 secondi. In realtà, credo che nel testo ci sia un sentimento ambivalente. Come dici tu, da un lato è tremendo, dall’altro lato però, è liberatorio. In quella canzone c’è pure una sensazione di nostalgia. E comunque è liberatorio quando tu pensi sempre meno a un sentimento che comunque non c’è più. È triste, però forse sarebbe ancora più triste continuare a pensare a una cosa che è finita, no?

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* Anche un altro testo mi ha colpito, quello di “Noi e il mattino”: «La mia generazione non esiste, è solo un’invenzione, è poco più di un nome». Forse perché siamo coetanei, ho pensato: la nostra “non-generazione” non ha nulla da dire?

In realtà, quella frase fa riferimento allo stesso discorso che facevamo prima, ovvero al fatto di non essere categorizzati. A me la storia di essere categorizzato non è mai piaciuta, anche quando mi dicono «La tua è musica indie», non lo mando mica giù. La generazione è un’altra categorizzazione e non mi piace: io mi posso trovar bene con gente che ha dieci anni più di me, oppure dieci meno di me, teoricamente sono persone di un’altra generazione… ma che cos’è questa roba da ciechi? Che senso ha parlare di generazione? È ovvio che abbiamo tutti vissuto l’adolescenza negli stessi anni e ci vestivamo in un modo orribile tutti quanti… (ride). Per tornare a quello che ha da dire la nostra generazione, non saprei. Noi siamo la generazione di mezzo tra l’analogico e il digitale e non ci stiamo capendo un po’ niente. Però, se vai a vedere, tutte le generazioni sono di mezzo a due “momenti” che succedono. Quella dei miei genitori, ad esempio, è la generazione dell’immaginario del Belpaese, ma era di mezzo tra la guerra e la ricrescita degli anni ’60… Questo per dire che noi ci sentiamo molto sfigati perché siamo la generazione che ha dovuto subire il passaggio dall’analogico al digitale, ma poi tutte le generazioni hanno dovuto subire qualche cosa: quella prima dei miei genitori ha dovuto subire la guerra, quindi forse per loro è andata peggio! Noi, in fondo, abbiamo solo subito la digitalizzazione del pianeta. Meglio parlare di smartphone che di bombe che cadono dal cielo.

* A proposito di smartphone, ne sai qualcosa visto che hai lanciato il singolo “Curriculum” di Canzoni per metà con una diretta Facebook. Raccontaci come è andata.

L’idea è venuta a Francesco Imperato, che è il regista che ha seguito poi la diretta, con cui stavo ragionando sulla creazione di un “normalissimo” videoclip per la canzone Curriculum che dura solo 50 secondi. Già così era un’operazione abbastanza strana perché comunque era difficile su 50 secondi fare un videoclip “normale”. Tutte le idee che venivano fuori non ci piacevano e cercavamo un’idea forte. A un certo punto, abbiamo pensato alla diretta Facebook: «Perché non la presentiamo in diretta?». Così ci siamo inventati la storia della maratona, di fare 13 dirette in 12 ore. Per me è stato proprio super-divertente! Ho trovato molto bello anche il fatto di essere riuscito a utilizzare un mezzo in un modo in cui nessuno lo aveva ancora utilizzato: è una cosa che mi piace sempre fare. Hai un mezzo a disposizione e puoi usarlo o come ti dicono di usarlo, oppure ti inventi un altro modo. È molto affascinante e vale in generale per tutte le cose. Mi è successo anche mentre registravo il disco di usare gli strumenti in maniera non canonica. Quella di Curriculum è stata una giornata promozionale super seguita su Facebook, ha funzionato molto bene e appunto per me è stato, da un lato, un gioco molto divertente, dall’altro, ho anche vinto, diciamo così, perché ho fatto una cosa nuova, che nessuno aveva ancora fatto. Adesso se qualcuno fa la presentazione di un nuovo singolo in diretta, possiamo dire che l’ho già fatto io.

* Immagino che il fatto che le persone seguissero, vi dava maggiore energia di tappa in tappa…

Certo! Prima di cominciare, pensavo «Magari la diretta non la guarda nessuno…». Io poi non avevo mai fatto una diretta Facebook. Era una gran novità per la mai pagina fan e così mi sono detto: «Quale modo migliore per fare la prima se non usarla in modo così strampalato?» (ride). In realtà, la gente ha seguito tantissimo e c’erano molte persone che mi aspettavano online anche perché funzionava così, che c’era da aspettare un’ora e sapevi che, a una certa ora, ero da qualche altra parte, ma non sapevi dove sarei stato e cosa avrei fatto. Il meccanismo era intrigante, quindi ogni ora la gente si collegava per vedere cosa combinavo.

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* Ma veniamo invece ai live più tradizionali, quelli del tour: come sta andando?

Sta andando molto bene. Il concerto è bello e ho acquistato una nuova energia. Ho una band tutta nuova, super energica, e facciamo alcune canzoni del disco nuovo e tanto repertorio perché comunque di pezzi ce ne sono tanti. Stiamo suonando molto bene e ci stiamo divertendo molto, che pure è una cosa importante. Era un po’ di tempo che non suonavo con una band perché lo scorso anno ho fatto il libro, per cui sono stato praticamente fermo coi concerti, e il giro prima non avevo fatto tantissime date. Tornare a fare un tour di questo tipo, molto serrato, in cui suoni con una band in tutti club, posti piccoli, grandi, medi, in provincia, insomma dappertutto… fare una vita da tour… non la facevo da tanto tempo, avevo molta voglia di farlo, sono felice di farlo e si sente: la gente c’è, canta, è felice e quindi sono doppiamente felice anche io.

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