REPORTAGE
*VASTO SIREN 2015

by Marco Taddei

Un Festival day by day!

Dal 23 al 26 luglio a  Vasto si è svolta la seconda edizione del Vasto Siren Festival. Grandi ospiti tra i quali James Blake, Verdena, Jon Hopkins, The Pastels, Sun Kil Moon, Is Tropical e tantissimi altri. Fin qui la cronaca. In questo report cercherò di far di meglio buttando al centrocampo tutto quello che ho visto/sentito/odorato/sudato, perché, va detto subito, il Vasto Siren Festival non va affatto sottovalutato.

Premessa necessaria: io sono nato a Vasto e vivo lì, tra alti e bassi, da 36 anni. Un bell’arco di tempo che ha dato modo di far nascere il tipico rapporto di odio-amore. Non potevo farmi sfuggire in nessuna maniera la possibilità di raccontare l’incontro di questa cittadina, placida fino al coma, con  l’imponderabile, ovvero un festival di musica nazionale ed internazionale dalla durata di quattro giorni. Ho cercato di arredare l’articolo con foto dalla parte del pubblico. Sono in bianco e nero, mosse, sfocate etc etc etc, un modo per evocare lo spirito sudato del festival, per disintossicarvi le pupille cercate su google, ci sono foto bellissime fatte dello staff del Siren e dai tanti altri fotografi presenti sotto il palco.

la bell'accoglienza della Drogheria Buonconsiglio

la bell’accoglienza della Drogheria Buonconsiglio

23 Luglio –  Gareth Dickson

Me ne vado in giro con un taccuino per prendere appunti, c’è un tale proliferare di smartphone ed altri aggeggi a batteria che la gente mi dà del romantico. La città di Vasto è antica come l’epica greca dato che pare l’abbia fondata Diomede, di ritorno dal sacco di Troia, dandogli un nome segreto che alcuni cittadini vagheggiano con nostalgia (Histonium), ha un centro storico che lascia il segno ed è la capitale di un turismo riflessivo e per famiglie che solo in pochissimi casi si apre alle masse straniere. Potete immaginare come possa apparire il Siren agli occhi dei miei concittadini: una roba tipo Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, dove il festival è l’astronave e Vasto è il terrestre che riceve gli ambasciatori di un mondo lontano e meraviglioso.

fila per Gareth Dickson fuori dalla cattedrale

fila per Gareth Dickson fuori dalla cattedrale

Ho la fortuna di abitare a due passi dai palchi. Esco di casa verso le cinque per sentire l’aria e ovviamente la prima cosa che vedo è un vecchietto ben vestito, con gli occhialetti scuri che fa alle giovani volontarie del banchetto informazioni (la trincea) “Mi dareste un depliant per sapere chi suona alla festa?” Il vecchietto se lo intasca soddisfatto. Chissà se troverà dieci minuti per venire a sentire Gareth Dickson, stasera in chiesa. Eh già in chiesa… l’antipasto del Siren lo consumeremo  all’interno dello scenario goticheggiante della Cattedrale di San Giuseppe, gioia medaglia e  orgoglio dei tanti sonnacchiosi passeggiatori del centro storico vastese, che fa il paio con la dechirichiana visione del Palazzo d’Avalos, quattro passi più giù, il cui cortile interno e il giardino saranno da venerdì anche loro sede degli sconquassi del festival.

In giro già segni alieni che non lasciano indifferenti gli indigeni del posto. Capelli blu, un sacco di gente con i tatuaggi, tipi con una cartina in mano, pizzetti decolorati, qualche strano cappellino, zaini da escursionisti. Si iniziano a staccare i biglietti. Vedo un bel po’ di braccialetti d’oro, status symbol esclusivo dell’abbonato a tutti le giornate che potrà muoversi liberamente all’interno di Sirenville da un concerto ad un altro, cercando ogni giorno la maniera più dolce per impazzire.

pienone in chiesa

pienone in chiesa

Si forma una bella fila davanti alla chiesa, leggo negli occhi dei miei concittadini smarrimento (“Che cosa ha organizzato il parroco stasera dentro a San Giuseppe?”) ma anche fiducia (“Quant’ bell’ giuvinott che vanno alla chiesa”). Bassa pressione, davanti al timpano della cattedrale tutti preghiamo per due gocce, qualcosa che non rovini il festival ma almeno rinfreschi l’aria. Nel cielo fulmini e saette preannunciano qualcosa che non si scatenerà mai. Dentro, davanti all’altare, c’è una sedia, una chitarra e tutto l’armamentario di Gareth Dickson  per far tremare l’esile ancia della sua anima. Le panche rapide si riempiono, Don Gianfranco non avrà mai visto così tanti ragazzi nel suo fortino. Gareth arriva, è vestito sobriamente come un qualsiasi simpatico mascalzone, un sagrestano un po’ elegante, ma immediatamente con due o tre unghiate (si limerà le zampe in continuazione durante il concerto) ci fa capire l’andazzo e ci mette in riga con la delicata energia dei suoi riverberi. Le sue note rarefatte, accordate sibillinamente, e quella sua flautata voce subito con gentilezza ci perforano. Fin dall’inizio chiaramente lo spirito di Nick Drake si muove tra noi. Dei cani abbaiano fuori, Gareth invita a farli entrare, probabilmente per renderli mansueti con l’incantesimo della sua chitarra. Riconosco This is a kiss. Due note sul liuto prezioso e si compone un bacio, una carezza, uno schiaffo, un abbraccio, un’alba, un campo, un salto, un addio, una marea. Arriva una cover, è dei Joy Division, tra gli astanti un piccolo sussulto. Gareth produce una versione di Atmosphere dolente ma non funerea, la sua voce la riempie di qualcosa di molto simile alla speranza. C’è infatti speranza in questo cantautore arrivato in autobus da Roma, dai toni sommessi e timidi. Si prosegue. Ci sono anche rari vortici torbidi che appannano la luminosa visione iniziale. Bibio ma anche Fleet Foxes. Gareth corteggia la sua capricciosa chitarra, che si fa tasteggiare a dovere più volte per trovare il suono giusto. Una bimba e il suo animale preistorico di peluche diventano padroni della chiesa. Purtroppo nel 2015 suonano ancora cellulari durante un concerto.

Gareth va avanti, concentrato, monacale, ma impeccabile. Lo raggiunge ad un certo punto un leggero sorriso, giunto chissà da dove: una piccola vittoria forse, un giro entrato bene, arrivato dal cuore magari, oppure la coscienza che quello è il posto perfetto per la sua musica fatta di suoni e risuoni che qui lasciano ombre eleganti tra le navate. Poi finisce tutto, si alza, accenna un inchino e con naturalezza, tra gli applausi, va quasi a nascondersi tra le panche della chiesa, accanto alla compagna e siede come se aspettasse il prossimo gruppo.

"this is a kiss"

“this is a kiss”

Un bellissimo concerto, tenue e ricco di sortilegi, una crepuscolare esperienza che fuori suscita qualche malumore per l’eccessiva rarefazione della performance, ma con un artista del genere vale più di altri, la ferrea regola del “prendere o lasciare”.

Vado a farmi una birra in  Drogheria Buonconsiglio, che diventerà una specie di campo base per i prossimi giorni. Dopo un po’ arriva anche Gareth Dickson con la compagna, portano trolley e chitarra in giro come busker alla moda. Educato e simpatico, si fa spillare una birra artigianale e raccoglie le informazioni per andare al mare il giorno dopo. Ha capito già tutto: il mare (ovvero il punto dove finisce la città) è la cosa più interessante di Vasto. Un amico, che gli ha fatto da interprete durante la sosta, lo saluto con un “nice performance”. Gareth va via verso altre avventure, altri scorci, altri bar. Le ore passano e noi rotoliamo come barili di polvere da sparo verso Via Adriatica, l’orgogliosa terrazza che dà sul panorama del golfo lunato di Vasto, ci sediamo intenti in una spumeggiante bevuteria della buonanotte. Una macchina delle forze dell’ordine passa sbruffona a passo d’uomo. Due torvi grassi vecchietti. È tutto sotto controllo.

Chiedere le indicazioni

Chiedere le indicazioni

24 Luglio –  Verdena –  IOSONOUNCANE –  Gazelle Twin –  Sun Kil Moon –  ClarkJon Hopkins

Ho preso un paio di giorni di vacanze dal lavoro per godermi i concerti in santa pace. Quindi è come se adesso fossi un po’ turista anch’io. E allora contro il disagio di questi anni, spuntano ricci di mare e bistecche di ostriche con un paio di amici, in un angolo fresco della città. Pasteggiando arriviamo rapidamente al nuce delle cose, affermando che popolare è un modo ripulito per dire sola (alla romana eh), in politica, economia e musica. Ed è per questo forse che il Siren è tutt’altro che popolare anzi il contrario, ostico e fastidioso nelle scelte, che però non sbaglia mai, regala scoperte quotidiane.

la strana ragazza del banchetto delle informazioni che non voleva farsi fotografare

la strana ragazza del banchetto delle informazioni che non voleva farsi fotografare

Vasto, piccola città incantata, nel senso di inceppata, finalmente viene invasa. Stasera tocca ai Verdena e m’imbatto in persone con l’iphone in mano e la voce di Google Maps che li guida sincera e robotica verso un puntino blu. Al mattino infilo un dopo l’altro un Polase, due caffè, e un succo di mirtilli. Sembra di essere a Filicudi, fa un caldo onirico, desertico, trasversale, fa caldo dentro e fuori. Nel pomeriggio attivo la quadriglia dei sali minerali. Prendo una birra, la sudo, arsura immediata, prendo una birra, la sudo di nuovo e così all’infinito. Tutto questo fino alle sette quando il Siren avvia a pieni motori la sua macchina straordinaria. Ci sono quattro palchi. Tutti in luoghi prestigiosi e scenografici. Il palco principale è in Piazza del Popolo, grande spiazzo chiuso per tre quarti da case e per un quarto aperto verso la grande cartolina di mare e cielo che ha reso Vasto famosa in tutto l’impero adriatico; c’è il palco nel cortile interno del Palazzo d’Avalos, balzato agli onori della cronaca per essere stato definito da Vittorio Sgarbi come uno dei peggiori restauri italiani; c’è il palco nei Giardini d’Avalos dove tra bouganville e altra flora ricercata passeranno pochi ma sensibili artisti; e poi c’è il palco che io preferisco, quello di Porta San Pietro, gratuito, accessibile a tutti, anche ai passanti, che sfruttando la facciata di una vecchia chiesa venuta giù per una frana, offre il fianco ad insolite robustezze.

il primo ad esibirsi al Vasto Siren Festival 2015

il primo ad esibirsi al Vasto Siren Festival 2015

Come quelle di IOSONOUNCANE che armato di portatile, pulsanti, manopole, cavi che entrano ed escono da scatolette piene di potenziometri offre un tappeto acido su cui far planare la sua voce contratta che canta cose come se fossero frustate. questo galantuomo ad aprire le danze del Vasto Siren Festival 2015. Lo conosco ma lo seguo poco, due dischi in 5 anni, l’ultimo è proprio di quest’anno. Il ritmo ipnotico e la bella performance lombriosana del cantautore mi trattiene e rimango ad ascoltare: insolite atmosfere estive soprattutto in Stormi, singolo tratto dall’album DIE, solerte invito alla morte. Jacopo Incani tira fuori bei pezzettoni grassi e succosi facendoci orecchiare di tutto: da Lucio Dalla agli Animal Collective. Zampetto e muovo la testa, basta per dirmi che va bene così. Molta gente aspettava IOSONOUNCANE e tutti con una sana birra in mano. Si cantano cose come: “È rinata la morte” ma forse capisco male. Scrivo grande sul mio taccuino, forse ispirato dal maiuscolo del nome d’arte di Incani, la parola MINNE: il calore comporta lo scoprimento delle fanciulle. A proposito di fanciulle, mi perdo Emma Tricca ai Giardini d’Avalos ma non fa niente. Altri immortaleranno, altri ci penseranno.

storia di una garza, un cappuccio e di 40 gradi all'ombra

storia di una garza, un cappuccio e di 40 gradi all’ombra

Saluto il palco San Pietro e vado al main stage, ci metterei un minuto ma incontro un sacco di gente e saluto, saluto saluto. Arrivo giusto in tempo per pigliare per i capelli l’inizio di Gazelle Twin. Prevedo malessere a mitragliate e non mi sbaglio. È un duo coraggioso, sia nello stile che nell’abito di scena dato che indossano felpa e cappuccio con almeno 40 gradi all’ombra. Il suono di Gazelle Twin è un coltello da sushi che sviscera senza troppo spargimento di sangue. Dietro una garza infernale che gli lascia libera solo la bocca, si nasconde Liz Bernholz, producer inglese dai gusti eretici. Un suono straniante e spezzato, eco di disagi senza tempo, attraversa tutte le cose. Stare sotto il palco mi piace perché posso vedere le persone da vicino. È bello cercare di creare una famiglia, una linea di sangue, una tara ereditaria che tenga assieme la genìa di tutti questi sconosciuti, una formidabile formula parentale che li faccia tutti fratelli e sorelle, perché sotto il palco è così, al bando alle gegen alle, il Tutti contro Tutti, il rituale a cui si assiste fa nascere la fraternità, oscuramente, come in una specie di film di fantascienza. Vedo apparire già fan dei Verdena, t-shirt e sorrisi incerti, venuti a piantar le tende davanti per il concerto che inizierà alle 21.00 ovvero tra due buone ore. Percepisco ritardi.

il gigante per niente buono

il gigante per niente buono

Mi allontano perché sospetto che sia sul punto di cominciare il set di Sun Kil Moon, che non voglio perdermi per nulla al mondo anche perché hanno dato la possibilità di fotografarlo solo per il primo brano. Il leader di questa band è Mark Kozalek, un gigante per niente buono, che potrebbe sfasciare teste a sodi pugni, un cantautore duro e puro ma che non nasconde scelte bizzarre e borderline, le cui nuove uscite vengono regolarmente osannate dalla critica (a buona ragione). C’è già un discreto pubblico ad aspettarlo. Arriva e per prima cosa ci impone il silenzio, come non fa nemmeno un prete oggigiorno. Ci dice che ha in serbo per noi 40 minuti di bellezza. La band dietro di lui è composta mette da un chitarrista, un bassista e due batteristi. Mark ha un rullante dove scaraventare i macigni atavici del suo umore nero. Canta come se qualcuno gli avesse predetto la fine del mondo per quella stessa notte. Sputa, urla, dà in escandescenza, si placa e poi torna a battere il tempo sul suo rullante, in una specie di immagine ieratica degna di un una pellicola di Carl Theodor Dreyer. È vestito di nero, da portatore di peste, ma che brividi! I ragazzi attorno a me usano shazam per individuare i titoli e testi delle song. Io, per grazia ricevuta, capisco quasi tutto quello che dice, riconosco brani e sensazioni, forse perché quello che sta snocciolando questo individuo non sono testi o frasi fatte, sono scarnificazioni. Ovviamente quella voce così elementale, notturna, sacerdotale mi fa passare per la testa Mark Sandman dei Morphine. Mi aspetto che emerga un sax baritono da un momento all’altro, ma emerge solo la scheggia, il relitto insanabile, che sta conficcato nel fondo del cuore di Kozalek. Poche chiacchiere, è il Mr.Motherfucker di tutto il Siren. Per lui mi perdo tutto: sentitevi i Mamavegas  qui e gli Wow  qui. Frammenti di rivelazioni. Le due batterie che potevano essere piuma e potevano essere ferro sono state il 90% delle volte ferro. Mentre vado via Mark avvia una cover per essere vicino al grave lutto (gli è morto il figlio quindicenne) che ha recentemente colpito Nick Cave: è Weeping Song, straziante. Il dolore fuori scala è insopportabile, mi porto forzatamente lontano da lì cercando un minipony su cui puntare lo sguardo e tornare in modalità festivaliera.

Verdena psichedelia

Verdena psichedelia

Verdena macello

Verdena macello

Verdena estasi

Verdena estasi

Faccio bene a scappare un po’ prima, perché riesco a piazzarmi a modino per immortalare i Verdena. Che ho sentito già 100 volte e che non mi piacciono, ma che ogni volta riescono a far rigirare i ramarri nei muri con il loro spettacolo. Difficile non cantare con tutto il pubblico (c’è una montagna di gente) i loro pezzi più famosi, che esprimono con un coscienzioso contagocce durante il lunghissimo show. Sono instancabili. Senza posa l’headbanding di Roberta Sammarelli, ma questa è una caratteristica che ricordavo. Una voce mi dice che Gareth Dickson è ancora qui, sta mangiando vegano. Qualche altro, inopportuno che non digerisce il gruppo di Bergamo, mi sussurra “Però Vasco Rossi…” mi viene la nausea e per farmela passare, mi butto nel mortaio sotto il palco, dove giovinette e giovinetti si macinano finemente. Davanti c’è chi afferma a piena gola di aver “pippato” anzi “checazzovuoihopippato”, ha la maglia a righe rosse e bianche, ironico ammiccamento del destino. I Verdena azzeccano tutto, il palco del Siren tiene botta in maniera spettacolare e l’audio è robusto e sincero. Il Palazzo d’Avalos sul fianco destro della piazza non appare coinvolto, anzi lo vedo un po’ rannicchiato su se stesso. Fari, colori, figure iridescenti lo illuminano a randa, ne scovano le ferite aperte ma non frega niente a nessuno della sua condizione di carcassa, dato che parte imperiosa Valvonauta. Sono in piedi su di un muretto e mi pare d’essere un po’ Achab che fruga i marosi in cerca di quella fottuta gobba bianca. Il concerto non si ferma, sembra infinito. La gente scoppia di gioia, esplode letteralmente, viene dagli occhi. Vedo un barilotto di birra, tozzo, grigio, con una striscia bianca, che naviga superno nella “selva di braccia tese”, mi chiedo come possa essere possibile che i tipi della sicurezza non entrino in blocco a sottrarre l’oggetto al divertimento comune.

Clark fa tremare le lenti del mio obiettivo

Clark fa tremare le lenti del mio obiettivo

Ma è tempo già di rilanciare: scatto a procurami un po’ di spazio per sentire Clark. Il marchio  Warp garantisce sulla qualità. Sono appena arrivato nel cortile d’Avalos e già c’è putiferio. Mi ci scappa un drink però. Clark suona le sue cose elettroniche in modalità urgano: o veloce o velocissimo. Vedo un paio di tipi che ci danno dentro e stanno appresso ai bpm più folli. Clark è immerso in fumi ed il suo volto è come un fiume che scorre, una maschera mutevole e mai doma. 40 minuti di set che lasciano le persone a terra ma per pochissimi secondi, perché l’overdose è ad un passo.

L'uomo che ti costringe a ballare, Jon Hopkins!

L’uomo che ti costringe a ballare, Jon Hopkins!

Sono le due e Jon Hopkins, l’uomo-che-ti-costringe-a-ballare, è appena arrivato dall’aeroporto di Roma pronto a tutto. Vengo a sapere che praticamente Mario, il driver ha salvato il gran finale del primo giorno. E allora senza indugio a farsi accarezzare dalle gigantesche casse del palco principale. Se Clark è latte rancido, Hopkins è la panna montata a mano dalla nonna. Per i suoi sequencer bisogna portare su palco un tavolo più grande, giacché ha bisogno di spazio il genietto. Le sue dite devono infatti saltellare a destra e a manca come mortaretti sui pulsanti virtuali dei piccoli monitori rossi e neri, devono intercedere, dare il permesso ai suoni e alle sequenze di intervenire al momento giusto sulle basi perfette, indelebili affinché si generi il mistero falotico del ritmo. Hopkins smanaccia e si gonfia subito un’esperienza danzabile di frontiera. Si attua all’unisono con l’avvio del set, il fulgido atto liberatorio dell’amore: si baciano uomini e donne, donne e donne, uomini e uomini, gatti e cani, carabinieri e municipale, e tutti lì, dove nemmeno 36 ore prima parcheggiavano i vastesi più pigri per fare compere in centro. Che agio, che splendore! Mi sento vivo, ma anche mezzo morto. Vedo negli occhi di chi mi sta attorno tante cose: Ibiza, i mari del Sud, un camper parcheggiato sotto la via lattea. Un’intera generazione in camper che si muove di rave in rave, seguendo l’anticiclone delle Azzorre e la Corrente del Golfo per garantirsi sempre un cielo sgombro di nubi. A me sembra di stare su Plutone, anzi rettifico, siamo su Plutone, ne sono sicuro, ma senza nessuno satellite della Nasa che elemosina 30 minuti di sessione fotografica a distanza per rinverdire il primato dell’uomo nell’Universo. La nostra xenobiologia ha come base il sudore e non il carbonio e celebra la sua intelligenza senza posa. Stiamo benissimo qui al gelo, ai confini dello spazio conosciuto, con il nostro giorno che dura 150 ore, con il nostro anno che dura 200 dei banali anni terrestri, con le nostre basi e la nostra musica che suoneranno per circa ventimila anni ancora e ancora. Jon Hopkins lo abbiamo allevato noi e l’abbiamo mandato sulla Terra per dare una possibilità ai tristi bipedi terrestri. Basta vedere come mescola e miscela decine di suoni, rumori, frammenti che loopizzati diventano sinfonie, “una scoreggia che si trasforma nella nona di Beethoven”, condensa ed accosta generi, riduce il tempo, amplia lo spazio. Plutone, Babilonia, Ibiza, la Guerra di Troia, Vasto Abruzzo quasi Molise. Sento odore di napalm e hashish. Finisce tutto alle tre e mezza ma forse ricordo assai male. Faccio il pieno di sali minerali bevendo una meraviglia di birra acida che mi sembra spillata da Odino in persona.

l'occhio del ciclone

l’occhio del ciclone

Qualcuno mi saluta lasciandomi però con una questione spinosa “Ma l’elettronica calda, umana dov’è?” ora ci tocca solo alzare le spalle, ma sappiamo bene che la risposta è vicina, basterà aspettare 24 ore. Proposta giottina per la nottata: diamo fuoco alle banche, ma ci passa subito. Siamo tutti raccolti in un incrocio di vie, farnetichiamo. Ripenso al silos di saliva che schizza via dalla bocca di Mark Kozalek quando pronuncia la parola tragedy. La temperatura esterna è di 50 gradi, quella interna di 50.000. Svengo, non mi addormento.

memento

memento

25 Luglio |  MamuthonesPins James Blake Colapesce  Fabryka The Pastels Is Tropical

Eccoci qui, oggi si scioglie il nodo gordiano del Vasto Siren Festival. Oggi a mezzanotte in punto si esibirà James Blake. Noto subito che il pubblico dei Verdena è stato sostituito da una pletora variegata di nuovi avventori, più adulti, più comodi, ma non meno caratteristici. Intravedo una pseudo hippie con dei fiori di plastica intrecciati attorno al capo ed una bellissima odalisca dai tratti orientali con piccoli seni coperti da sfuggenti strisce di seta. È sicuramente la regina del Kazakhstan. Per il resto, c’è gente venuta apposta per godersi James Blake guidata da una cosa sanissima: la passione per la musica, e penso che questo sia la vera medaglia che dovrebbero appuntarsi sul petto gli organizzatori del Siren, ovvero i ragazzi di Dna Concerti. Amici di Macerata vengono a cercare l’oro in Abruzzo (è l’unica data italiana per ascoltare l’autore di Retrograde). Qualcuno intanto ha spento il forno, fa ancora caldo ma c’è qualcosa di più fresco nell’aria. Fiuto la strada fino al bancone. Lì si augurano che “venga presto il giorno in cui scomparirà l’elettricità”, non certo per spirito di boicottaggio dei concerti, ma solo per affetto verso il medioevo. Medioevo che amo anch’io, soprattutto quando lo vedo incarnato nella fantastica carnagione da damina di porcellana di tante meravigliose figliole che scompassano in giro per questa mia piccola città.

Mamuthones-buco nero presso Porta San Pietro

Mamuthones-buco nero presso Porta San Pietro

Oggi non si scherza, e si comincia subito corro volentieri a vedere i padovani Mamuthones, sorta di progetto krautrock dell’italianissimo Alessio Gastaldello (ex Jennifer Gentle). Tosti e sempre col groove. Poca gente all’inizio ma basta attaccare una mezza base che si forma il cosiddetto “folto pubblico”. Parte una sorprendente strisciata psichedelica, venata di ferocia occulta. Un suono distorto ma magico, che non ha difficoltà di seduzione tant’è vero che vediamo la piccola Zoe fare la majorette dentro questo titanico imbuto distruttivo fatto di voci registrare, frequenze stranianti, cantati a squarciagola e batteristi mezzi matti. Attaccano quasi subito con Don’t Be Choosy, un pezzaccio che aspettavo e che raccomando a tutti di ballare nudi su di un roccia a punta, sotto il sole, nudi e con la barba lunga. Vedo un tipo con la scritta Road to Nowhere. Non ho nessuna voglia di staccarmi da questo misterioso massacro ma devo andare a fare almeno due scatti alle Pins che stanno per cominciare con il loro set. Mi trattengo ancora per un paio di pezzi. Faccio strabene. I Mamuthones mi rimettono in contatto con la musica che mi piace, che appartiene più al manicomio, alla gattabuia, all’orfanotrofio abbandonato che alle feste in spiaggia. Che dire di più? Compratevi il disco sul sito della  Boring Machines di Treviso che li tiene a battesimo.

La discolissima Faith Hogan delle Pins sul palco principale

La discolissima Faith Hogan delle Pins sul palco principale

Corro dalle Pins, ma faccio in tempo a condividere un moscow mule con l’amico Keno e una bottiglietta di succo di mandarino (che vergogna) con l’amico Icks. Allo stand di  This Is Not Love A Song saluto Ratigher che è lì per ricamare disegni sui dischi di fortunati curiosoni. Arrivo senza fretta dalle Pins. Trovo un posto davanti e mi ci adagio. Le quattro più una (c’è una turnista alle tastiere che sembra Yoko Ono) ragazze di Manchester si difendono bene. Hanno un look che sembra rubato un po’ alle Hole ma forse di più ad Andy Wharol. Il loro è un approccio punk non senza ironia che lascia un po’ disorientati all’inizio, ma basta tralasciare il fatto che le ragazze non siano poi più così ragazze, che il loro sound genuino entra robustamente nelle ossa. Toste, concrete e senza fronzoli, eseguono i loro pezzi con grande scioltezza. Ci sono fan nel pubblico che conoscono le loro canzoni e le cantano a fiori di labbra. Faith Holgate, voce e fisico da discola, con la sua tutina aderente maculata attrae la mia attenzione, ma ancora di più l’attrae la chitarrista dal bel caschetto acquamarina. Le loro chitarre piallano la città con forza mentre il sole se la batte dietro le case.

Colapesce comincia il suo set sl palco del Cortile d'Avalos. Bella camicia.

Colapesce comincia il suo set sl palco del Cortile d’Avalos. Bella camicia.

È il turno di Colapesce, altra realtà italiana indagata dal Siren. In mattinata ha presentato giù a Vasto Marina (c’è tutta una magnifica serie di eventi collaterali sparsa per il Siren) assieme ad Alessandro Baronciani il volume La Distanza, un comune progetto a fumetti. Colapesce è vestito con una camiciola simpatica ed ha la faccia da bravo ragazzo, mi scuserà però se della sua performance saprò dire poco o nulla dato che dopo appena due pezzi incontro una bellissima tipa dai capelli rossi e ricci e mi ci metto a parlare fino a fine concerto. A giochi fatti qualcuno mi riferisce di un paio di stecche “Ma chi se ne frega delle stecche,” gli rispondo io, “queste cose interessano solo i musicisti, gli sbirri e i bacchettoni.” Prima di andare al prossimo concerto (il Siren ha una tabella di marcia serratissima, vè?) faccio una foto a due simpatici ragazzi, mi pare di ricordare di Roma, a cui impongo una posa da zar e zarina.

Fabryka, poca luce sfondo luminoso

Fabryka, poca luce sfondo luminoso

Faccio un bel salto fino a Porta San Pietro cercando di riuscire a sentire la coda dell’esibizione di Indian Wells (qui la lezione di recupero) ma invece m’imbatto nell’inizio del concerto dei Fabryka, strano nome anglofilo che nasconde l’identità italiana (sono baresi) di questo gruppo. Una gran bella serendipica sorpresa. Li conoscevo, sentiti almeno un paio di anni fa, poi per mia dimenticanza li ho persi di timpano. Li ritrovo nuovi e più maturi, accattivanti, con un suono preciso, ludico e liberatorio, incarnato perfettamente nella fisicità della frontwoman Tiziana Felle che canta e percuote amabilmente un bel tamburello tenendo i ritmi di brani coinvolgenti e potenti allo stesso tempo. Mi godo quattro brani e vado via con l’amaro in bocca per essere costretto a rinunciare a questo saporito episodio. Intanto metto mi piace sulla loro pagina. C’è sempre più gente in giro, monta la voglia di James Blake. Tutti l’odorano in giro, l’annusano, lo vorrebbero già a portata di mano come un  Campari Spritz. E ci sono sempre più amici. Mi fermo in continuazione.

Il mestiere di Stephen McRobbie dei The Pastels sul placo principale

Il mestiere di Stephen McRobbie dei The Pastels sul placo principale

Incalzante giunge il momento dei The Pastels, e il palco principale spetta di diritto a questi signori qui. Facce superscozzesi per questi maturi musicanti di Glasgow. Ricordo di aver sentito per la prima volta un loro brano nel film Acid House. 5 album dal 1981 ad adesso. E tutta una crescita meticolosa dal garage punk al suono che adesso sto qui con le orecchie ben aperte ad ascoltare. Sono educati, puliti e tutti ben in riga. Flauto e tromba e batterista donna. Troppi educati per il festival? Non direi, ma la gente li prende come un gruppo da decompressione. Si badi, sono solo apparentemente innocui. C’è una chitarra di diamante che suona serafica ed anela all’acido che non sentiremo mai più in questo festivalino pieno pieno di cose suonate dalle macchine elettroniche. I fan dei The Pastels ci sono e si riconoscono perché ad occhi chiusi scuotano la testa seguendo perfettamente il ritmo dei brani e tengono le braccia dietro la schiena per non dare fastidio a nessuno nei loro ondeggiamenti. Va tutto bene. Altissimo tasso di felicità e gente che fuma lampadine blu. Vedo seduta su di uno scalino della piazza, da sola, la batterista delle Pins, che diteggia sullo smartphone come un qualunque adolescente. Confesso che l’immagine mi rattrista un po’ e giuro ero sul punto di portargli una birra e dirgli il solito rinfrancate “Nice performance” quando mi ricordo che cosa sta per succedere, di là a pochi metri, dentro il fortino del cortile d’Avalos.

 

Quella ragazza che ci ha messo tutti in difficoltà, Kristie Felck

Quella ragazza che ci ha messo tutti in difficoltà, Kristie Felck

Volto da bambina / corpo da assassina

Volto da bambina / corpo da assassina

Ora si gioca sporchissimo. Ci aspettano le sonorità taglienti e incontrollabili di un quartetto di contrabbandieri che risponde a nome Is Tropical, altra nutriente portata della grande  panarda della Sirena. Sostituiscono alla grande Nadine Shah, forfait dell’ultimo momento. Ovviamente più che dei tre capelloni unti, barba folta fondatori del gruppo, interessa e subito ruba la scena Kristie Fleck, cantante dal volto di bambina e  corpo da assassina. La formazione inglese ha scalato rapidamente le classifiche del circuito alternativo con miscele formidabili di suoni acidi e atmosfere affannose. Se andate sul loro sito potete anche comprare l’elegantissimo accendino (pardon, firestarter) personalizzato Is Tropical per fare crepare d’invidia tutti i vostri amici tabagisti. Tutti li aspettano e non ho mai visto il cortile di Palazzo d’Avalos così saturo. Gli Is Tropical hanno all’attivo tre dischi che girano bene ma non sono niente confrontati al suono che distillano dal vivo. Un formula solo apparentemente facile facile che, unendo basi azzeccatissime, riverberi e chitarrone alla Jesus And Mery Chain, physique du role, suoni e suonetti figli di puttana ingrippanti, lascia tutti esterrefatti. Anche l’arcivescovo di Antiochia mollerebbe il pastorale per mettersi a ballare. I suoni sembrano provenire dal forziere dei campionamenti dei The Knife. Sfido chiunque a non farsi pigliare e portare via dalla vertigine di Dancing Anymore e dalla dannata vocina bionda di Kristie, che punta dritta dritta alla tentazione del peccato originale. Il carnaio cresce e si amplifica, il pubblico in massa, per intero, vuole Kristie, la corteggia assatanaticamente finché lei cede e rapida come mantide con due passi scende dal placo per essere più vicina alle transenne.

Uso personale di Kristie Fleck

Uso personale di Kristie Fleck

Pessima scelta (per lei). Il pubblico la fagocita e se la porta con sé con l’eleganza della lampreda, la fa surfare su di un po’ di mani (urletto di Kristie, i suoi piedini scalzi baluginano) e poi la fa ballare al centro del macello a cui cerco disperatamente di unirmi, almeno per vedere con i miei occhi quella stupefacente bellezza bionda.Impossibile, è un termitaio senza accesso. Lei con difficoltà afferra una sponda, esce dalla bolgia, sembra un po’ stizzita. Dice che siamo stati maleducati. Ma appena parte il nuovo pezzo lei ci ribussa, e torna. Forse in fondo gli è piaciuto, soddisfatta dall’abbraccio di tutta quella giovane carne. È di nuovo macello. Canta con un microfono equipaggiato con un cavo di svariati metri. Qualcuno, una ragazza, urla “Escileeeeeee”, alludendo alle sue tettine di cui tutti, maschi e femmine, penso, in quel momento abbiano infinita stima. È il momento più sfrenato di tutto il festival. Frenesia. Sullo sfondo riemerge come vessillo d’anarchia il barile di birra disperso da ieri sera. Kristie, bagnata di un sudore non suo, risale sul palco per un altra botta di brani e meravigliosamente, con un gesto naturale, si sfila il suo pezzo di sopra, rimanendo (ah malaugurio!) solo con un costume che esclude alla vista il meglio. Audacia che crepa un paio di cuori all’istante. Oramai è un clima da razzia, il sound diventa sempre più intrigante e senza esclusione si salta. O danza, o morte. Gli Is Tropical ci lasciano con il loop sfiancante di Seasick Mutiny che dura forse 120 minuti da cui usciamo a malincuore tutti cantandolo. La metà di noi non sa più come si chiama o dove ha parcheggiato la macchina.

a mezzanotte in punto appare a tutti noi James Blake

a mezzanotte in punto appare a tutti noi James Blake

A questo punto niente ci divide più da James Blake, al massimo solo una dozzina di arrostini (è quasi mezzanotte) ma per tutta la durata del festival non ho mangiato e non ho mai avuto fame. Ho bevuto anche pochissimo durante le soste. Forse diventerò santo.

Il caro Blake appare puntualissimo sul palco. Al suo fianco batterista e chitarrista in stato di grazia. Fatemi spendere due parole sui comprimari: Blake è il genio ma le macchine da guerra sono gli altri due. Suonano dal vivo tutto, come se fossero dei campionatori, loopano, sequenziano questo mondo e quell’altro, inseriscono filtri su tutto ma il groove lo fanno a mano come una volta. Nei tarocchi, solo il Papa e il Diavolo appaiono con due servitori: chi è Blake, Papa o Satanasso? Nel pubblico non hanno dubbi tant’è vero che non ha ancora emesso un solo verbo che uno vicino a me, vedendolo, dice “È Gesù Cristo”. Un’amica mi dice che è abituata a sentire James Blake solo nella vasca da bagno. Dal vivo questo ragazzetto inglese è una specie di mina devastante. Ha il piglio dell’astronauta e la voce del rapinatore. Suoni perfetti ed egregiamente riprodotti dall’apparato del Siren permettono l’analisi minuziosa del miracolo. Premetto che io non sono un fan di Blake (di William Blake però sì, mi si permetta!), mi piace un suono più zozzetto, più aspro ma davanti a tanto dannatissimo spettacolo alzo le mani. È lui il re del festival e lo dimostra fin da subito. Un mio amico mi chiederà dopo “Hai sentito Dio?” io non gliela darò vinta e mi inventerò qualche scemenza, ma dentro di me dico: “Eh già quel tipo ci sa proprio fare.” James Blake ci abbaglia perché arriva a toccare qualcosa dentro di noi che nemmeno noi riusciamo a definire. Ci fa sentire lacerato in due, tre, quattro direzioni differenti. Con una voce sensuale, che si muove sinuosa come la fiamma tra l’artificiale e l’umano, riesce a metterci in scacco e a farci tremare dal fondo. Scenari asciutti, glaciali. I suoi loop sono splendenti e ben fatti, veri capolavori d’ingegneria sonora. Sento suoni e rumori, le voci di un pubblico in delirio, respiri, ansimi e schiocchi, ma il tutto è manovrato per sciogliere i nervi, lacerati dalla nostra natura di uomini antropizzati, vittime e carnefici di questi anni anonimi e frenetici che ci hanno tolto tutto, dalla dignità alla fede. In quest’ottica Blake si manifesta come qualcosa di trascendente eppure caparbiamente terreno. Ma forse questa cosa è valida per tutta la buona musica in genere, e Blake è solo la punta di diamante che attualmente fa risplendere più blu la Terra nella via Lattea. C’è anche modo di danzare, non scatenanti come per Jon Hopkins, ma di farci ondeggiare la schiena mentre il collo è accarezzato da vortici sensuali e subacquei. Blake saluta il pubblico, dice qualcosa ma la gente vuole sentire quella sua voce angelica districarsi articolando le parole di Limit to your love, di Retrograde o di Overgrown. Arrivano. Tutto tace e Vasto diventa una conchiglia raccolta attorno ad una solitaria vibrazione. Si risuona all’unisono. Il mistero della musica ha un nuovo sacerdote, eppure James Blake mi sembra una presenza così fragile, proprio come un miracolo di zucchero filato; ho paura che un soffio di vento lo spazzi via come sabbia, spero veramente che questo ragazzo non smetta mai di offrirci gli incredibili panorami della sua mente. E tutto termina qui, magnificamente. Blake fa un piccolo bis ma poi arriva solenne il rompete le righe.

addio

addio

Vedo gente che stacca i manifesti del Siren per portarseli a casa, buon segno e buono anche per la bravissima Irene Rinaldi autrice del visual sirenesco. Vasto appare felicemente attraversata da una tempesta di bicchieri di plastica. Tanto alcol è stato bevuto e tanto alcol è stato trasudato. Urge una birra celebrativa dato che probabilmente domani la città tornerà ad essere la cartolina qualunquista di un Abruzzo paludato dalle invenzioni degli enti del turismo regionale. Spero che quest’anno come e più dell’anno scorso, il Siren abbia portato oltre al suo sostanzioso contributo economico a tutte le attività del centro, un decisivo contributo culturale, un modus operandi da ereditare, per favorire una crescita anche dalle piccole realtà del territorio. Senza un serio percorso, il funzionale non si produce. Il Vasto Siren Festival è un cosa funzionalissima che capita a Vasto, solo perché questa città è DAVVERO fortunata ad essere com’è (leggi bellissima), ma la fortuna da sola è una risorsa esigua che s’esaurisce rapidamente. I vastesi stessi troppo spesso non riescono a fare distinzioni elementari come il bello dal brutto, il futile dall’inutile, il ben fatto dall’arrangiato. Ed è per questo che la tre giorni di “workshop” del Siren dovrebbero essere accolte come oro colato dall’amministrazione locale, a dir poco indecente per l’organizzazione eventi e troppo spesso ottusa ai rischi e alle grandi avventure. Ma questo ora non interessa a nessuno, la musica ci salverà come ci ha salvato centinaia di miglia di altre volte. Qualcuno mi ha ricordato fatalmente fin dal primo giorno della kermesse: “Il Signore ha creato la luce e non le tenebre…”, interpreto questa sbalestrata rivelazione come se alla fine, boh, la luce vince sempre, i buoni insomma alla fine dei conti, ce la fanno. Ma che fatica. Scrivo queste poche ponderate righe domenica 26 luglio, prima che mi dimentichi tutto asciugandomi il sudore di questi tre giorni. Aspettiamo con ansia il cartellone del prossimo anno, chissà se io ci sarò, ma il Siren, sono sicuro, sarà qui.

la regina del Kazakisthan

la regina del Kazakisthan

Quello che mi sono perso: una bellissima cover di No Surprises ad opera dell’australiana-voce-dolente di  Scott Matthew ai Giardini d’Avolos. Uno dei migliori gruppi del festival, mi dicono almeno, ovvero i torinesi  Stearica. L’esibizione frizzante dei  La Batteria. Il centipede (the new “trenino”) più lungo della storia dei festival alternativi durante il dj-set notturno del 24 luglio. La municipale che faceva le foto alla griglia del barbecue fuori norma durante la festa dei volontari del festival domenica 26 luglio.

la folta poesia

la folta poesia

Un super grazie a Pierluigi Ortolano!