MUSICA
*FKA TWIGS – LP1

by Triste©

Al tempo di Two Weeks

Questa sera sono tornato a giocare a basket. Detto così sembra una cosa del tipo “Michael Jordan” il ritorno, ma verosimilmente è più vicino al ritorno di Babbini al Fossone. Ci sono tornato di fretta, dato che la partita iniziava alle 8 ed io alle 19:45 ero ancora in ufficio, corsa veloce tipo scippatore napoletano giù per le scale della metro – sguardo dei passanti che rivelava curiosità mista a preoccupazione – scatto dentro al treno. 10 minuti di metro e sono a Oval, famosa per il campo da cricket ed il fatto che da li inizia l’oblio del Sud-Est londinese, quello delle hype Dulwich e Camberwell e Peckham, ma anche quello dei tipi che hanno ammazzato un militare in mezzo alla strada l’anno scorso.

FKA-Twigs

State tranquilli, c’era una vecchia inglese a rimproverarli subito dopo il fattaccio. A Londra, in maniera educata, non mancano mai i rimproveri. Comunque nel giorno del mio ritorno, la mia partita è stata soprattutto corsa e cattiveria agonistica, ho ricordato a sprazzi Picchio Abbio. 3-4 rimbalzi tirati via ad uno slavo con qualche anno di galera alle spalle, 1 su 3 al tiro con bomba da fuori “solo rete” a la Ghinoi e poi tanta voglia e determinazione. Da fuori credo non sia stato per niente un grande spettacolo.

Two Weeks è il tempo che mi sono dato per rientrare almeno ad un livello decente. Mi ci vorranno due mesi. Non so perché mi sono messo a parlare di basket questa volta per introdurre il disco di FKA Twigs, forse è per il fatto che il basket non è il mio sport, ma lo adoro. Non importa se conosco a malapena le regole fondamentali e se più o meno la mia conoscenza tattica non va al di là della differenza fra marcare l’uomo e marcare la zona. Nonostante tutto riesco ad ammirarne il fascino, a godermelo.

Ed in qualche modo è quello che succede quando fra le mani mi capita un disco come questo, un pezzo come Two Weeks, una voce che si trasforma fra ritmi spezzati e bassi potenti. I’m a cheater, ma col cuore. E al cuore non passa inosservata una voce così, i 4:58 di Pendulum, atmosfere dubstep di pezzi come Numbers in cui a tratti ricordano addirittura Beyoncè senza perder però quel tocco underground che Tahliah non sembra voler perdere mai. A ragione.
Un disco che probabilmente la proietterà nell’olimpo delle nuove promesse inglesi. La porterà senza dubbio in Heavy Rotation per qualche mese e speriamo che quaseto non le dia altro che fiducia per fare ancora meglio in futuro. Si, perché non sia solo una fra le grandi band del futuro che escono ogni mese in questa nazione che a volte sfoggia un entusiasmo che non le appartiene. Un po’ come il mio per il basket. Ma è così bello cullarsi nel proprio entusiasmo, che non ne vale mai la pena di negarselo.