ILLUSTRAZIONE
*RITA PETRUCCIOLI

by Rossana Calbi

Mai rimanere a corto di Dee

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A febbraio ha esordito con Mondadori illustrando le parole di Laura Orvieto, lo scorso Natale i regali marchiati TIM sono stati impacchettati nei suoi pattern, e nell’ultimo numero di «Squame» Rita Petruccioli ha messo gli occhialoni alla sua signorina bidimensionale che rifletteva un Messico caldo e tradizionale. L’illustratrice romana si muove con disinvoltura tra le case editrici più affermate e le autoproduzioni, il suo tratto caratterizza le campagne pubblicitarie di brand importanti e colora i muri di gallerie e centri sociali.

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Impegnata in contemporanea su un progetto editoriale italiano e uno estero, sta elaborando e rielaborando la sua prossima personale che chiuderà la stagione 2013/14 dell’HulaHoop Club di Roma. Sorridente, attenta, capace di scherzare mentre fa spengere il cellulare al suo interlocutore perché si sta discutendo di lavoro e non si possono avere distrazioni di sorta, la Petruccioli è una professionista competente che sa gestire con estrema autoironia e professionalità la poliedricità del suo lavoro.numa_5_date_hub

Muri, carta, legno, plance pubblicitarie, tutto diventa il posto adatto per imprimere un’immagine piatta e formulata con estrema attenzione e minuziosità, un’immagine che rimane impressa nella mente per i tratti puliti e semplici, le linee delle sue figure nascondono una costruzione coloristica capace di arrivare immediatamente al pubblico più diverso: la Petruccioli riesce a elaborare una semplicità immediata, un ossimoro di illustratrice o più semplicemente una professionista completa. telecom_2_date_hub

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È appena uscito il tuo ultimo lavoro di illustrazione: Storie di bambini molto antichi, e osservando la tua bibliografia c’è un’attenzione alla mitologia, da quella spagnola di Cantar de Mio Cid a quella tedesca Das Nibelungenlied. Come il tuo tratto racconta le storie antiche?
Questo mio legame con la mitologia è stato un piacevole caso. Con I Nibelunghi l’art director del libro aveva individuato nel mio modo di illustrare qualcosa di iconico e simbolico che si adattava bene con il racconto epico. Aveva ragione. Inoltre ho sempre amato la mitologia. È grazie a quel libro che sono stata contattata per i successivi.
Quando si trattano soggetti come i miti, così tanto sfruttati nei secoli sia in illustrazione che in pittura, si avverte un po’ di difficoltà, come se tutto fosse già stato detto. Per cui io ho cercato di modernizzare i miti nelle scelte coloristiche e nelle linee grafiche. Utilizzando toni forti, pop e linee sintetiche, insieme a composizioni classiche.

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Sei un’illustratrice poliedrica: ti muovi dall’illustrazione per bambini a quella pubblicitaria. Ma sei sempre riconoscibile, conservare un proprio stile è necessario o è dovuto?
Ti confesso che io non penso allo stile in termini di riconoscibilità, bensì in termini di coerenza. Penso che se un artista riesce ad avere un buon dialogo con se stesso e con la realtà che lo circonda, lo traduce spontaneamente in segni che possiedono una coerenza, percepiti come tali anche dall’esterno. Nei miei disegni ci sono una serie di caratteristiche ricorrenti, che corrispondono al mio attuale modo di interpretare la realtà. Come le geometrie compositive, o l’utilizzo del bianco. Penso che la mia coerenza sia lì, in questo momento.

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In genere, qui in Italia, si chiamano solo gli street artists per i muri, a Roma il centro sociale Spartaco ti ha dato lo spazio per cavalcare un drago. Pioggia è un lavoro che esprime una delle tue maggiori prerogative: la capacità di conciliare la fantasia con una tecnica stilistica precisa. Cosa vorresti rielaborare nuovamente su un muro?
Quella del centro sociale Spartaco è stata una bellissima sfida. Mi hanno dato carta bianca e io ho fatto quello che farei su qualsiasi altro muro, ho raccontato qualcosa, in quel caso ho dato un’origine fantastica alla pioggia.

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L’idea del drago in particolare è nata dal limite tecnico delle tre finestre in basso, che mi hanno quasi costretta a cercare un “soggetto volante”. In ogni caso difficilmente ho le idee chiare prima di vedere il supporto su cui devo relazionarmi, per cui penso che quando affronterò un nuovo muro sarà la parete stessa a dirmi cosa dipingerci.

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La copertina del libro Un tebbirile intanchesimo è un tuo lavoro, in questa raccolta di racconti buffi, dove i giochi linguistici giocano con la fantasia dell’autore Carlo Sperduti, la tua copertina mescola il figurativo alle forme legate al solo colore, cosa di questa raccolta ha ispirato il tuo lavoro?
I veri protagonisti di questo libro non sono i personaggi o le storie, sono la struttura e le forme linguistiche che diventano l’elemento portante dei racconti. Il titolo evoca un incantesimo/intanchesimo, una trasformazione letterale e linguistica. Così anche io nell’immagine ho messo in atto una trasformazione: il personaggio diventa struttura, tradotta graficamente in un pattern. Quando ho detto a Carlo Sperduti che avrei disegnato un pattern ne è stato subito entusiasta e la sua reazione ha ispirato definitivamente la realizzazione di questa copertina.

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