EXHIBITION
*REGINE DELLA SCIENZA

by Rossana Calbi

Intervista ad Amalia Caratozzolo & Serena Manfrè

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Due donne che a distanza si parlano e si raccontano: Amalia Caratozzolo e Serena Manfrè si trovano sulla carta per raccontare altre donne. Regine della scienza è il loro ultimo lavoro edito dalla casa editrice romana Anicia, ed è un opuscolo che racconta le donne nella storia della ricerca scientifica. Un lavoro a quattro mani tutto siculo e non è la prima volta per l’illustratrice e la scrittrice, che lo scorso anno hanno lavorato su un progetto editoriale totalmente differente: un romanzo Salvami l’anima, che sulla copertina ha un cervello che pensa all’amore, illustrazione forte e dal tratto vigoroso di Amalia Caratozzolo, che riesce a esprimersi romanticamente senza cadere in cliché precostituiti creando lei stessa delle forme in cui identificare una rivelazione romantica che rifugge dalla banalità, così come la storia scritta da Serena Manfrè.

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I capelli lunghissimi e neri della Caratozzolo sono la cornice di un volto deciso come i disegni che compaiono nelle pagine culturali del Corriere della Sera con cui collabora dallo scorso anno. I disegni dell’illustratrice, che ha scelto di fare di Roma la sua casa, incorniciano le parole della sua conterranea Serena Manfrè, la giornalista spagnola d’adozione. La Manfrè ha spostato il suo interesse fermo e deciso dal giornalismo alla letteratura, e ha fatto una scelta di coraggio non rinnegando nessuno dei modelli letterari femminili, la sua è una letteratura che porta avanti una femminilità che in primis dichiara la volontà di essere diversa sempre e comunque e rifugge qualsiasi forma di omologazione. La Manfrè porta avanti una tradizione meridionale in cui la donna sapeva quello che voleva e trovava il modo, il suo modo, per ottenerlo. In un’epoca in cui dovremmo adattarci e cercare di trovare modelli adatti a noi o a creare noi delle nuove immagini, Amalia Caratozzolo mette in mostra le sue all’HulaHoop Club di via De Magistris a Roma, in occasione dell’8 marzo. Queste due donne non potevano trovare una data migliore per presentare il loro lavoro.

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Le Regine della scienza sono il tuo ultimo lavoro, sui volti femminili, il tuo lavoro di ricerca sulla femminilità però è partito da riflessioni religiose e antropologiche della tua cultura. Quale altro personaggio femminile è presente da tempo nel tuo immaginario femminile?
A.C. Sì, Regine della scienza è il mio ultimo lavoro tutto al femminile, progetto che ha visto la luce in un libro per ragazzi scritto da Serena Manfrè e pubblicato da Edizioni Anicia.
Il tema della donna e della femminilità è un argomento a me caro, mi interessa moltissimo. Sicuramente le icone in generale, sono parte integrante del mio lavoro, dai personaggi famosi fino alla Barbie, ma il personaggio femminile su cui ho lavorato di più è la Madonna.
L’iconografia religiosa è la mia vera passione, sante e madonne! Chi più ne ha più ne metta! Il mio approccio però è molto ironico e difficile da spiegare in poche parole. Non sono religiosa, ma adoro ogni forma di santino ed ex voto. Oltre a subirne totalmente il fascino estetico, da brava siciliana un po’ di nero e di tragedia non sono mai di troppe.

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A quale artista pregheresti di salvarti l’anima?
A.C. I pittori li eviterei, non mi sembrano una categoria affidabile. E pure gli illustratori.
Direi sicuramente David Lynch. Se mi portasse solo una volta a Twin Peaks sarei la donna più felice del mondo.

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Quale delle Regine della Scienza, che hai raccontato nell’ultima collaborazione con Amalia, ha colpito maggiormente la tua sensibilità?
S.M. Se per scrivere Regine della Scienza ho scelto queste cinque donne è perché tutte hanno colpito la mia sensibilità. Ciononostante farò uno sforzo, cercherò nel mio cuore una prediletta e dirò che è Ipazia d’Alessandria. Forse anche perché questo personaggio, proprio per quella che è stata la sua vita, si presta con naturalezza a essere scritto, romanzato, disegnato, filmato, insomma letterariamente e artisticamente narrato. Prima di tutto Ipazia è lontana nel tempo, giacché vissuta tra il IV e il V secolo d.C., e questo le conferisce di certo più fascino e più mistero rispetto alle altre protagoniste. È una donna che vive in un’epoca in cui davvero non c’era posto per il nostro sesso: era quasi tutto rigorosamente in mano degli uomini, e soprattutto la cultura, il sapere, e quindi il valore del lavoro di Ipazia, della sua opera, si rivela davvero faraonico proprio perché inserito in quel contesto sociale. Dopo di che ci sono gli accadimenti drammatici e infine tragici della sua esistenza: Ipazia lotta con assoluta fedeltà per i suoi ideali, non si risparmia mai, dilania la sua anima, soffre a 360 gradi e alla fine è barbaramente assassinata dai suoi nemici, i cristiani. Che vogliamo di più da un’eroina? Perché questo è stata Ipazia e per questo non ho potuto non innamoramene. E infine ci sono gli avvenimenti drammatici della storia: le guerriglie intestine fra ebrei, cristiani e pagani ad Alessandria, l’inesorabile tramonto di un’epoca d’oro che lascerà il posto per secoli all’oscurantismo medievale. Insomma dei momenti della storia umana diciamo “occidentale” che segnano il nostro declino, l’avvento del buio almeno fino al Rinascimento.

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In Salvami l’anima racconti di una cura per chi ha un male riconosciuto e anche per il guaritore ufficiale, tutti abbiamo bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi. Chi dovrebbe curare uno scrittore?
S.M. Quando parli di “una cura” credo tu ti riferisca all’amore con la A maiuscola, quello che tutti o quasi tutti guarisce in Salvami l’anima, la nostra “psico-favola” a lieto fine. La medicina, tradizionale o no, si prefigge la cura del corpo. L’anima, secondo me, può invece guarirla solo l’amore e in primis l’amore di ciascuno verso se stesso. Detta così sembra una dichiarazione da romanzetto rosa, però la profondità di questo concetto apparentemente banale è tutt’altra: qualunque essere umano si porta dentro delle sofferenze la maggior parte delle quali generate da ferite dovute a carenze affettive. Tutti, nessuno escluso, le abbiamo. Queste sofferenze possono arrivare a renderci la vita impossibile, a farci desiderare di danzare ogni giorno con la morte. In quest’ottica, solo l’affetto, l’amore, il sesso, insomma qualunque manifestazione vitale del dare, può fungere da farmaco. Quindi: in prima battuta noi stessi dobbiamo amarci; in seconda battuta dovremmo riuscire a scambiarci amore. In Salvami l’anima la tematica della terapia analitica è una scusa per parlare appunto di questo tipo di scambio. Per i miei personaggi l’amore è quindi inevitabilmente sempre presente, e non solo fra l’analista e il suo paziente, “curatore” e “malato”, ruoli per altro destinati a crollare di fronte alla seguente dura verità: chi è sano, e chi normale? Insomma, per concludere: l’amore è la pazzia che ci salva dalla pazzia, come dichiara pure la dottoressa Ángeles Jiménez, psicanilista e autrice della prefazione.
Infine: chi dovrebbe curare uno scrittore? Credo di aver già risposto. Qualunque cosa lui o lei, in quanto essere umano, ami e che ricambi il suo amore. Qualunque persona lo ami e qualunque persona lui ami. E quindi, naturalmente, anche la sua passione più grande: la scrittura. Ma solo quella che lui crea con amore. Una scrittura che, in cambio dell’amore dello scrivente, dà a costui la possibilità della catarsi e di una conseguente salvezza.

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WEB* www.amaliac.com
www.serenamanfre.it

www.edizionianicia.it
www.edizionismasher.it
www.hulahoopclub.it