FOTOGRAFIA
*MAURIZIO DI IORIO

by Annagina Totaro

«Tratto i soggetti come se fossero oggetti di still life»

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Sicuramente è una delle persone più singolari che abbia conosciuto, certamente uno dei fotografi contemporanei che apprezzo di più. Sono stata a casa sua, avevo voglia di fare quattro chiacchere, di curiosare con lui del suo lavoro e dei suoi colori.
Parlo di Maurizio Di Iorio, fotografo freelance e fondatore/editor di Disturber Magazine, un progetto dedicato alla fotografia contemporanea nato tre anni fa. Il suo è decisamente un linguaggio contemporaneo, sia per i temi che per lo stile.

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Vanta di pubblicazioni su riviste come Neon, Vice, Max Germany, It’s Nice, Marie Claire e su una ventina di realtà indipendenti. È in fase di realizzazione un libro monografico sul suo lavoro che sarà pubblicato dalla Edition du Lic, una casa editrice inglese specializzata in fotografia emergente contemporanea.

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Non perdo tempo. Parlami dei tuoi colori brillanti, delle tue luci accecanti…
Mi piacciono l’hard light e i contrasti. Ma nulla di nuovo, è lo stile che hanno avuto centinaia di fotografi del passato, quando si scattava solo a pellicola e si facevano le Cibachromes che conferivano una resa plastica alle foto. E’ che che con l’avvento del digitale si è tutto appiattito con i colori sempre più sbiaditi. Ora scatto solo in digitale ma ho cercato di crearmi un profilo fatto di colori vivaci, pop come quelli che vedi nelle foto del passato. Tutta questa tendenza del neutro la trovo insopportabile, anche perché tende a far somigliare troppo tra loro migliaia di fotografi.

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Cosa non fotograferesti mai? Il soggetto perfetto, quello che ancora ti manca.
Non esiste il soggetto perfetto. I fotografi che vanno alla ricerca del soggetto perfetto, di qualcosa di ideale da rappresentare non li ho mai compresi. Io sono attratto dal “profondamente banale”, dagli oggetti qualsiasi, di uso comune e quotidiano, da rappresentare in un modo totalmente nuovo. Fotografare un normalissimo spazzolino da denti che tutti utilizzano quotidianamente e rappresentarlo in modo da renderlo interessante. Facile colpire l’immaginario con belle modelle e abiti mozzafiato, trucco e parrucco! Cose che ho fatto anche io, che sono lì nel mio portfolio, ma il lavoro di un fotografo non può limitarsi a questo. Per esempio i più bravi fotografi di moda sono quelli che sanno fotografare di tutto, anche una mela o un fiore. Quelli che si occupano solo di glamour non rientrano tra i miei punti di riferimento.

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Chi, cosa ti stimola, ti influenza?
Sono influenzato da tutto, dalla musica, dal cinema, dalla letteratura. Senza commistioni tra le varie espressioni creative non sarebbe possibile produrre nulla di interessante. Di base sono fermamente convinto che un autore debba essere attratto dalla contemporaneità, deve cioè capire ed interpretare il tempo in cui vive. Solo così può creare degli archetipi e non limitarsi semplicemente alla realizzazione di belle immagini.

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Il tuo lavoro è apprezzato soprattutto all’estero. Ultimamente hai anche realizzata la cover del nuovo numero della rivista di It’s Nice That. In Italia le cose come vanno?
Male, malissimo. Rischio di sembrare retorico se affermo che l’Italia è indietro di almeno una quindicina d’anni rispetto a paesi come L’inghilterra o l’America. Ma è la verità. D’altronde basta dare un’occhiata alle nostre riviste; qui siamo rimasti ancora a Toscani e a tutto quell’immaginario anni 90. Con tutto il rispetto, ma le cose sono cambiate da un pezzo. Ma i photoeditor, le agenzie di pubblicità e le gallerie non si sono accorte di nulla, o forse sono semplicemente pigri. Il risultato è: emigrazione dei talenti all’estero e totale assenza di ciò che viene prodotto in Italia nel circuito mediatico internazionale. Sui social network molto raramente si trovano i lavori pubblicati o realizzati in Italia. Ci troviamo le foto pubblicate su riviste straniere ma quasi mai quelle italiane. Non sono appetibili, sono noiose, si rifanno a stilemi vecchi e sbagliati. Ho parlato recentemente con una responsabile di una grande agenzia di pubblicità di Milano che mi ha confidato che nel loro ufficio non sanno neppure cos’è Tumblr. Ridicolo no? Perciò anche io sto pensando seriamente di andarmene.

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“Non è colpa mia se non c’è pace, c’è chi fa il torero, chi il deputato. Io faccio il fotografo”.  Una celeberrima citazione tratta dal film Blow up di Antonioni. Dal tuo punto di vista come la interpreteresti?
Ho visto un paio di volte quel film e l’ho sempre considerato uno dei peggiori di Antonioni. La frase che hai menzionato semplicemente non mi dice nulla.

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Due parole, Disturber Magazine. Cos’è?
È un mag indipendente che ho fondato tre anni fa con la mia collega Cecilia Manfredi. Ci dedichiamo soprattutto agli autori emergenti e da poco abbiamo attivato il progetto Disturber Services con il quale realizzeremo mostre e progetti editoriali. La prima mostra sarà dedicato al tema del food e sarà inaugurata a Milano il prossimo 20 marzo.

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Nei tuoi scatti sono presenti molte donne, molti accessori femminili. La figura maschile è poco presente, o sbaglio?
Ripeto, io scatto di tutto come si può notare dal mio porfolio. Ho fotografato più donne che uomini semplicemente perché sono più disponibili a farsi scattare. E in ogni caso tratto i soggetti come se fossero oggetti di still life. Non amo il figurativo. MI interessa la rappresentazione di un archetipo. Per questo ho smesso da tempo di fare ritratti.

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Per terminare Maurizio, c’è qualcosa che ti mette in difficoltà come fotografo? Ti sei mai trovato in situazioni difficili?
Non scatto in pubblico, non porto quasi mai la macchina fotografica con me. Rispetto la fotografia street ma non rientra tra i miei interessi. Ho bisogno di osservare e di studiare il soggetto, non ho mai subito il fascino del “momento” da cogliere. Non ho più un’idea predatoria della fotografia come in passato. Mi mette a disagio tutto quello che non conosco e non amo scattare con persone che non sanno nulla del mio lavoro e del mio linguaggio. C’ un fotografo americano, Neil Winokur, uno dei miei preferiti in assoluto, che in un’intervista al New York Times disse che aveva iniziato a fotografare cani perché a differenza delle persone non si lamentano. E’ verissimo: le persone dopo mezz’ora iniziano a lamentarsi e a spazientirsi. Per questo amo sempre di più realizzare still lifes.
E poi anche io voglio realizzare una serie con i cani.

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