ARTE
*MARCO MAZZONI

by Rossana Calbi

La natura dell’arte

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Le sue matite si imprimono sulla carta da quando era bambino, da quando il padre, dirigente di una cartiera nella periferia di Tortona lo faceva disegnare con i pastelli su quei campioni di carta che controllava per lavoro. Le punte colorate di Marco Mazzoni adesso fanno nascere un universo. Dall’appennino piemontese ha raccolto l’attenzione alla natura e la città che lo ospita, Milano, ha aggiunto al suo tratto sofisticato un pulviscolo lieve che fa perdere il colore e dissolve i particolari in un ensemble che si accende in una mancanza o in una presenza.

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La ricerca dettagliata del soggetto, diventa il momento stesso in cui l’artista lo destruttura e lo trasforma in altro, i volti non sono reali, concreti, ma sono veri nella loro disperazione o in una speranza che si copre di farfalle e fiori. La natura si adultera al punto da confondersi in un sogno disperato di carta e pastello, ecco l’arte di Marco Mazzoni.

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Hai ridato voce al disegno con i pastelli, Jonathan Levine ha notato subito la padronanza della tecnica e la contemporaneità di un messaggio che si lega a canoni estetici e artistici classici; per la critica italiana la matita è relegata al disegno preparatorio, cosa vuol dire raccontare tutto con le sfumature che si creano sulla carta?
È stato un problema solo durante l’Accademia: i professori mi ritenevano una persona che faceva eterni bozzetti e non aveva il coraggio di affrontare la tela, il che molto probabilmente è vero… ma dal punto di vista lavorativo non ho mai riscontrato molti grattacapi. Le gallerie in Italia e all’estero mi hanno sempre chiamato per quello che facevo all’interno del materiale, e non per il materiale in sé. La verità è che non mi sono mai posto il dubbio sulla carta, solo perché era (ed è) l’unica cosa che so utilizzare, non sono mai stato abile a usare materiale liquido, ci ho provato più volte, ma il segno non è mai uscito e penso mai uscirà. Penso solo di essere fortunato, perché molto probabilmente se fossi nato dieci anni prima del 1982 non avrei avuto le possibilità che ho adesso.

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Nei tuoi lavori la natura sembra prendere il sopravvento sulla figura umana, quasi la cancella, ma non c’è nulla di drammatico, tutto è naturale. Sono le piante e le farfalle a creare l’oblio o gli occhi dei tuoi soggetti diventano dei buchi neri per la bellezza?
Quello che ho sempre cercato di descrivere è l’estasi del contatto, e l’estasi è estrema, brucia gli occhi. Se ci fossero gli occhi nei miei lavori, il fruitore penserebbe a un ritratto e non a una specie di natura morta (che è quello che cerco di rappresentare), il mio tentativo è quello di creare un ciclo tra uomo-pianta-animale, e nessuno è avanti all’altro. Se elimini gli occhi non rappresenti una donna, ma LA DONNA, che è qualcosa di totalmente diverso.

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L’idillio e la gioia sono spiegazzati nelle forme contorte delle foglie, ma il rumore della tua espressione artistica non è il silenzio di un bosco. I tuoi disegni sono sulle copertine degli album dei Kashmir e più recentemente dei La Fury, raccontaci la musica che è rivestita dai tuoi lavori.
È la musica di tutti i giorni. Se verso le 8.00 del mattino non ho una playlist pronta di almeno sette ore non sono capace di lavorare, inizio a muovere la rotella dell’IPod pensando con ansia a cosa mi sto perdendo… Ho la fortuna di avere amici come Stefano Bottura che ogni tanto mi suggerisce band italiane molto interessanti. Con i Kashmir la collaborazione è stata un caso: un contatto voluto dall’etichetta della band, mentre per i La Fury è stato solo il risultato di un’amicizia ormai decennale che mi lega al cantante della band, Diego Codevilla, questo ragazzo è stato ultimamente la salvezza dal mio letargo perché appena trasferitosi a Milano, mi ha obbligato a vivere la notte milanese con tutte le sue sfaccettature e i suoi piaceri.

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La tua ultima mostra è stata ospitata dalla Strychnin Gallery di Berlino, con te ha esposto anche Saturno Buttò. Cosa ammiri dell’arte del maestro veneto?
Purtroppo per motivi personali non sono stato capace di seguire questa mostra, e quindi anche conoscere il tipo di lavoro che Saturno Buttò stava presentando. Conosco questo artista perché un mio vecchio conoscente me ne parlava spesso.

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