NEW ART
*BAMBI KRAMER

by Rossana Calbi

Who thrilled Bambi?

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Le figure si rincorrono, si mescolano, si contorcono, si ingoiano a vicenda per raccontare la lunga estate di Bambi Kramer. Trude Rabbit è un libro poster non rilegato perché, nonostante le figure di Bambi abbiano un chiaro riferimento, la loro esigenza è pericolosamente anarchica. Bambi Kramer rischia dichiarando istanze diverse pur guardando con ammirazione al tratto classico che è per lei una necessità imprescindibile.

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La diversità dell’arte di Bambi Kramer consiste nel riadattare la realtà a modo suo, nel far nascere una storia su un rotolo di carta e nel tagliare i protagonisti del racconto figurato per ricomporlo e ricostruirlo: un’operazione fatta senza nessuna forzatura e senza misurate costruzioni mentali. Un rotolo di otto metri che diventa un libro per FortePressa, la casa editrice che nasce dall’esperienza del Crack!, il festival indipendente del Forte Prenestino di Roma, e poi si sviluppa in una mostra: nel 2013 l’Alice zoomorfa di Bambi Kramer è entrata nell’Hangar Tattoo Studio & Art Gallery di Roma e da eLaSTiCo di Bologna, e per chiudere l’anno torna con un’edizione deluxe per ripercorrere gli ultimi passi di un cammino frastagliato e uniforme in una costrizione che segue un flusso liberatorio, in seguito, forse, agli studi di psicologia dell’artista che ha una manualità eccezionale e la straordinaria capacità di creare con il bianco e il nero un’illustrazione dal sapore antico e sottolineare, con pochi dettagli rossi, uno spirito punk.

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Trude Rabbit è la vera rivisitazione punk della storia di Lewis Carrol; Tenniel, il primo illustratore del romanzo del logico inglese sarebbe fiero di questa nuova interpretazione fuori dagli schemi della coerenza stantia e a volte inutile.

Sei un’autodidatta che guarda all’iconografia illustrativa antica, quali sono gli illustratori della storia che più colpiscono il tuo immaginario?
Difficile da dire. Prima di arrivare a fare questo lavoro ho “guardato” una varietà di cose. Mentre disegno è raro che sul mio tavolo non ci siano i manga di Hokusai, ma l’atmosfera che tinge il mio immaginario ha invece a lungo fantasticato sulla Germania del dottor Caligari e le incisioni di Käte Kollwitz. Ho studiato e lavorato per anni come restauratrice, e credo che la mia “mano antica” si sia formata lì, imparando che l’azzurro viene dai lapislazzuli, il nero dalle ossa o dal fumo di lanterna, che i sali di mercurio davano alla testa a restauratori e cappellai tutti, non solo a quello di Alice; e tutto prima di conoscere e amare il lavoro di Arthur Rackham e John Tenniel sull’argomento.

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Il tuo libro è una storia spezzettata che si ricompone, un unico rotolo è che stato sezionato, tagliato nel suo incedere originale per ricomporsi in una storia nuova. Senza filo conduttore, raccontaci la storia di Trude Rabbit.
Come ne ha scritto Luca Raffaelli su «XL»: “non è un fumetto ma quasi”. È un lavoro di cut-up che trasporta un rotolo disegnato ininterrottamente nella dimensione della favola, restituendoci in sei metri di pagine il viaggio post-vittoriano di un’Alice zoomorfa, le sue visioni frammentate e ricomposte attraverso gli specchi di un Bianconiglio affetto da disturbo di personalità multipla. Quella di Trude è, come per Alice, una storia di formazione, un’esperienza intima che non potrebbe essere restituita né resa pubblica se non esaltandone il codice visionario, rappresentandone gli archetipi.

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Tutto nasce dalla carta e dalla penna, e poi le tue immagini hanno dei contorni, nessun bozzetto preparatorio: un unico rotolo di carta in cui avvolgere le tue creature, come si inserisce la successiva post produzione digitale che hai usato per la realizzazione dell’albo edito da Forte Pressa?
Il racconto del rotolo originale è stato, durante tutto il corso della sua realizzazione, quasi una fotografia, una particolare forma di documentario che, come un’istantanea, imprimeva sulla carta la mia lettura degli avvenimenti subito dopo, ma a volte anche immediatamente prima, il loro svolgersi. La stesura è quindi una forma di scrittura automatica, del tutto priva di censura, se non quella del genere che Freud attribuì alla codificazione onirica: metafora, condensazione, spostamento. E come in sogno, quindi, non posso dire ci fosse nemmeno un’aperta intenzionalità narrativa, che è invece sopraggiunta in un secondo momento, quando solo a lavoro concluso, sono stata in grado di rileggerlo nel suo insieme e comprenderne la struttura sottostante. In questo senso il taglio e ricomposizione digitale delle immagini, che pure non hanno mai tradito la dimensione analogica del lavoro proponendo solo sezioni e spostamenti riproducibili nella realtà, sono serviti a far emergere in maniera più netta e lineare un racconto che altrimenti solo io sarei stata in grado di discernere nel fluido continuo della narrazione. Come più volte si è detto parlando di questo libro: è stato come trasformare il flusso di coscienza in un discorso.

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Trude Rabbit è stato prodotto dalla casa editrice indipendente che è nata da Crack! Fumetti dirompenti, il festival di illustrazione indipendente che da anni canalizza, nel Forte Prenestino di Roma, illustratori da tutto il mondo. Tu hai partecipato a diverse edizioni di Crack! quali sono i talenti che più ti hanno stupito?
E qui mi metto nei guai. Ho partecipato alle ultime tre edizioni di Crack!, e ogni volta piena di buoni propositi, ma purtroppo come espositrice, e per di più in solitaria, ho sempre avuto pochissimo tempo per girare e fermarmi a conoscere tutti gli artisti, i gruppi e i progetti che avrei voluto (se ne ha poco a volte anche per mangiare), e qualunque risposta io dia sarà sempre parziale e incompleta. Quello che posso dire è che in occasione di un festival così ricco e vario qual è Crack!, il mio occhio e la mia ammirazione cadono sempre, inevitabilmente su chi è in grado di produrre immagini e  atmosfere completamente diverse dalle mie. Il progetto SCURO, ad esempio, con cui ho avuto il piacere di condividere la cella, mi ha affascinato con la nitidezza delle sue visioni in bianco e nero “piano”, per la sintesi grafica attraverso cui questo duo, a.k.a. Ave Chandelle Verte e Simona Dogyorke D’Ostuni, ha espresso e raccolto le proprie immagini, a volte amare, crude, comunque profondamente sincere, d’amore e vita condivisa. Alberico di Rocco Lombardi mi è piaciuto molto, ed è stata per me una bella conferma da quando l’anno precedente acquistai una sua incisione che tutt’ora mi osserva dalle pareti di casa con il suo muso di coniglio gigante. E ancora, ed è fin troppo facile, Tony Cheung dalla Cina, il lavoro dei serbi, tra cui Aleksandar Opacic rimane per me un punto di riferimento, e tutti i linografi, incisori, serigrafi e stampatori in genere che sempre ammiro, e un pochino anche invidio.

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