MUSICA
*PAGAN ALTAR

by L’angolo delle stranezze

“What the f**k is NWOBHM?”

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Qualche mese fa quando ho saputo che i Pagan Altar si sarebbero esibiti a Roma, visto che sono una delle poche band inglesi doom della scena heavy metal fine anni ’70 (anche chiamata NWOBHM) ancora in attività, non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di poterli vedere, se non altro perché Terry Jones, il frontman cantante,  rimane una furia del metallo, nonostante la sua venerabile età e perché quando si tratta di archeologia non so resistere, tutta colpa di un certo Indiana.

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A questo punto vi starete chiedendo cosa voglia dire esattamente quell’impronunciabile acronimo. Se non siete già andati a cercare su Wikipedia, vi svelo l’arcano: New Wave Of British Heavy Metal, ovvero quella corrente formata dai gruppi che sul finire degli anni ’70 e durante gli anni ’80 hanno raccolto l’eredità dei pionieri del metal. Tra gli esponenti i più famosi sono sicuramente gli Iron Maiden, i Saxon e i Def Leppard. Secondo i cultori, da questa nuova ondata dipenderebbe la nascita dei generi metal più estremi come il Grind, lo Sludge, il Brutal, etc. etc.

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I Pagan Altar, formati nell’ormai lontano 1978 da Alan e Terry Jones, padre e figlio, prediligono, in linea con i fondatori del genere, tematiche occulte,  e sono talmente rozzi da aver autoprodotto solo un cassetta fino al 1998, quando è uscito il loro album di debutto per la Oracle Records intitolato, guarda un po’, Volume 1, citazione per niente peregrina. Il gruppo si è riformato nel 2004 per registrare un disco di materiale inedito, Lords of Hypocrisy, seguito nel 2006 da Mythical and Magical. Sei anni dopo, ed eccoci arrivati più o meno ai nostri giorni e al succitato concerto, iniziano a lavorare a Never Quite Dead, registrato in uno studio costruito appositamente nel giardino di casa dello stesso Terry Jones, geniale.

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A fare da spalla alle vecchie glorie, i Caronte e i Doomraiser, freschi di split condiviso. Ai primi spetta il compito di aprire le danze con uno sludge ben fatto dalla voce ruvida, ma intellegibile. Purtroppo, a causa della mia proverbiale “bruciatezza”, arrivo in ritardo, in tempo per ascoltare solo qualche pezzo, promettendomi di colmare la mia mancanza il prima possibile. I Doomraiser presentano un nuovo membro, vista la dipartita agreste di Drugo che comunque si esibisce per due brani. I loro live, questo non fa eccezione, sono un’esperienza che è difficile ridurre a parole, se non altro per l’incredibile presenza scenica, primo fra tutti B.J. che si lascia possedere dal sacro dio del basso elettrificato. Il loro set è d’impatto ma mai uguale, la rotazione dei pezzi non toglie niente alla qualità del live, anzi fa sì che ogni concerto sia una lenta spirale di perdizione e estasi.

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Quando i Pagan Altar salgono sul palco, i metallari presenti sono già belli caldi. Lo show è notevole e altalena tra il fomento melanconico per uno stile di metal che mi ha cresciuto e la satira più geniale al genere stesso, tanto che ad un certo punto “Lord” Alan si soffia sonoramente il naso con un fazzoletto di carta, mentre informa la platea sul suo stato influenzale. I cori si sprecano e il calore che gli spettatori italiani tributano alla band è palpabile. Sarà per questo strano connubio e sarà perché i Pagan Altar ancora mantengono un certo impatto sonoro, ma assisto a un gran concerto.  Mi stupisce che,  al contrario delle mie aspettative, il Traffic di Roma non sia stracolmo. Per concludere, se vi state chiedendo perché recensisco un concerto dopo mesi, beh la risposta è semplice: perché lo faccio per passione non per soldi, quindi giù per il cesso le ansie pubblicistiche/pubblicitarie e “metal up your ass”.

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