INTERVISTA *FRANCESCA GERLANDA DI FRANCIA

by Rossana Calbi

Grande festa alla corte di Francia

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I capelli rossi sovrastano la figura minuta di Francesca Gerlanda Di Francia, i suoi occhi nascosti dalle lenti di una miopia causata forse dalla minuzia dei dettagli che inserisce nelle sue opere d’arte accolgono il pubblico nelle serate dell’HulaHoop Club, l’associazione culturale che, da quattro anni nel quartiere Pigneto di Roma, è diventata un polo artistico per i giovani artisti della Capitale. Non bastava la musica, l’arte e il ballo, Elisabetta Trova, la presidentessa dell’associazione e l’artista di origine calabrese hanno aperto le porte ai libri, L’ETERNAUTA è diventata parte integrante dell’HulaHoop. Massimo e Umberto i due librai de L’ETERNAUTA, dopo le serate fino a tarda notte costringono l’HulaHoop a rimanere aperto tutti i giorni feriali.

Un’artista con delle antiche origini nobili svelate dal suo nome non poteva esimersi dal dar dar vita a un luogo dove far nascere addirittura un movimento artistico che Mauro Tropeano ha chiamato Loverismo, e dopo due mostre a Roma lo scorso anno è sbarcato a Milano. L’HulaHoop cresce, perché legge libri scelti con cura ed è ben nutrito dai manicaretti di ’Betta e dalle visioni poetiche di un’artista come Francesca Gerlanda Di Francia.

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Il cibo, la danza, la musica, il teatro, la pittura e da quest’anno anche i libri tutto in uno spazio gestito da due donne che non hanno una formazione manageriale e che hanno creato un punto di riferimento artistico importante nella Capitale, come è nato l’HulaHoop?
L’HulaHoop nasce perché quasi tutte le sere il nostro vecchio appartamento nella periferia romana – mio e di ’Betta – si riempiva di amici che avevano intrattenimenti artistici o idee strambe da realizzare e a noi piaceva accogliere quest’estro, questa resistenza a oltranza della fantasia. Siccome ’Betta si diletta a cucinare ed entrambe abbiamo esperienza nell’ambito della ristorazione, al limite dell’incoscienza abbiamo pensato di aprire un posto “d’accoglienza idee”. L’associazione culturale è questo: un luogo privato in cui si incontrano persone che hanno finalità comuni.

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Il divertimento che passa attraverso la curiosità intellettiva ed estetica è quello che abbiamo proposto e che si è messo in moto. L’HulaHoop è un luogo di confronto e di stimolo, un luogo che ci ha riportato una realtà che è bello sapere che resiste: quella dello stimolo culturale.Si fa tutto: arte, musica, letteratura e ballo perché da sempre sono queste le forme dell’intrattenimento fecondo. Abbiamo un principio e lo seguiamo: fare, quando si ha qualcosa da condividere in cui si crede. Chi propone un progetto che segue questo dettame sarà ben accolto.

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Una vera associazione culturale dove si incontrano gli artisti per fare arte e per conoscerne altra. Come l’esperienza dell’HulaHoop ha influito sulla tua crescita artista?
Poco prima dell’apertura dell’HulaHoop Club mi dividevo tra vari lavori: modella per artisti, cameriera e disegnatrice, tatuatrice in uno studio poco fuori Roma. Fino ad allora, seppur rimanendo in qualche modo sempre legata al mondo dell’arte, avevo accantonato la mia pittura, fu solo grazie all’incontro con Togaci che ripresi a dipingere seriamente, notò per caso i miei “disegni da bancone”, quelli che facevo nelle mie pause e mi convinse anzi mi obbligò a farne dei quadri per una personale, l’incontro avvenne proprio all’ HulaHoop, da lì nacque l’amicizia la collaborazione come curatrice e la crescita dello spazio come galleria, grazie a questo sviluppo ho avuto modo di conoscere personalmente artisti  di ogni genere ammirandone la poetica e il linguaggio, tra i quali molti della scena pop surrealista italiana che mi attrae in maniera particolare.
Quindi, sì, direi che ha influito in maniera decisiva nella mia crescita come artista.

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I tuoi studi fondano le loro basi sulla tecnica accademica e hai sviluppato un mondo legato all’iconografia cinematografica confondendo le proporzioni e immaginando uno spazio fantastico tutto tuo, quale artista ti ha aiutato ad aprire le porte di questo luogo fantastico?
Sono un’insaziabile divoratrice di immagini e delle sensazioni che queste mi provocano, questo sin da bambina. Sono cresciuta in un ambiente particolare, una casa un po’ fuori dal comune con mobili vecchi e polverosi ricoperti di ninnoli d’antiquariato, santini sotto le campane di vetro, ex voto, foto di famiglia degli inizi del ’900, e scheletri anatomici (mio padre è pittore ed ex insegnante di disegno dal vero e figura). Alcuni compagni di scuola, per timore di chissà cosa, si rifiutavano di venirmi a trovare a volte, ma non tutti fortunatamente, c’erano anche “i temerari”, e io organizzavo per loro dei veri tour all’interno della casa, narrando storie fantastiche e ricche di mistero per ogni oggetto particolare che trovavamo durante il percorso del nostro tour dell’orrore.
In pratica ero una vera Mercoledì Addams, affascinata da questo mondo fatto di oggetti misteriosi ed evocativi, e tuttora sono intrappolata nel fascino dell’impatto emotivo che l’immagine provoca. Il cinema, in questo, ha un ruolo fondamentale come anche i miei studi accademici sia per linguaggio artistico che tecnico-formale.
Libera da ogni pretesa concettuale, pura come il “sentire” un bambino, se dovessi immaginare una fusione tra la fantasmagoria di una pellicola in bianco e nero di George Melies con il gusto formale di un polittico monocromo del maestro Van Eych e la poetica di una “devozione” con il cuore in mano e dagli occhi scintillanti, potrebbe venir fuori un’opera di Gerlanda di Francia.

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Hai vinto l’edizione 2012 del festival Alterazioni con un lavoro molto elaborato sia tecnicamente che metaforicamente, il tema del concorso della mostra poi ospitata nel Castello Aldobrandesco di Arcidosso era Il movimento delle percezioni, quali percezioni ci sono nel tuo lavoro?
L’opera vincitrice del concorso Alterazioni Visive è una tavola a olio monocroma, dal titolo Dummy Vanities forse erroneamente scritto in inglese, talvolta curo l’estetica nel titolo a discapito della grammatica, in questo caso letteralmente tradotto in “Vanità fittizie” può essere inteso anche come “Manichino delle vanità”: una sorta di allegoria. L’opera è un manichino-clessidra, un feticcio ornato eccessivamente di nastri e perle possiede un capello eccentrico che, forse troppo grande, sembra coprire i pensieri più cupi, la testa inclinata e lo sguardo congelato sullo spettatore è sostenuta da un corpo che è costretto a segnare l’inesorabilità del tempo.

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Una mano indica dove conviene mettersi per avere la visione “giusta” delle cose, ovvero, ci sono degli elementi nel dipinto realizzati con la tecnica dell’anamorfosi (usata molto nel ’500) che è la deformazione di un immagine secondo regole prospettiche ben precise, queste, creano un’immagine che, se vista da un particolare punto di osservazione, non solo ridiventa di nuovo riconoscibile ma assume un particolare rilievo tridimensionale. Il dito del manichino appunto indica di porsi al lato destro del quadro scorgendo la visione del teschio in anamorfosi, il teschio indica la fine di un processo, il cambiamento, quello che avviene indipendentemente dal nostro volere; c’è poi sul corpo del manichino, che è una clessidra, un altro elemento anamorfico visibile con un cilindro a specchio, posto al centro della “pancia”, scelta non casuale, li si può vedere un mio autoritratto.

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Come la maggior parte delle persone, anche io ho le mie ossessioni: viviamo in un periodo storico politico e soprattutto sociale in cui la vita (il tempo) viene percepito in maniera più veloce, dandoci la sensazione che quasi ci sfugga, siamo sempre proiettati verso il futuro o legati  agli eventi del  passato questo credo perché a volte ci manca la consapevolezza di vivere il quotidiano, il tempo presente, ed è quindi come se fossimo disconnessi dalla realtà. Forse bisogna sviluppare più consapevolezza del vivere il presente, per riconnetterci con la realtà delle cose che ci accadono tutti i giorni, dare più importanza alle sensazioni ed emozioni che il presente ci regala in ogni istante, ma che spesso nemmeno vediamo perché proiettati in un tempo diverso e fittizio.

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