FOTOGRAFIA
*FABRIZIA MILIA

by Andrea Zvetkov Sanguigni + Gabriel Zagni

«Voi mi vedete ma io non ci sono realmente…»

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Questa riportata è una conversazione che solo ad un tratto diviene una intervista, quello che resta tagliato fuori è il tentativo di un estraneo, sarei io, di inserirsi nella conversazione di altre due persone, una di quelle che dura da anni. Mi spiego, Gabriel, che conosco da decenni, siamo cresciuti insieme da adulti, come C’era una volta in America, ma senza la parte dell’infanzia malavitosa e stracciona sulle strade, almeno per Gabriel, ecco, un certo giorno, che potrebbe benissimo essere ieri, se non fosse appena due settimane fa, mi mostra le fotografie di Fabrizia, mi parla di lei, e da qui l’estraneo cerca di recuperare il tempo perduto, rassegnandosi anche, con una fitta di coscienza, che non c’era niente da recuperare, perché quello che, in fondo, rimane importante, in fondo, anche a questa conversazione che si potrà leggere, sono le sue fotografie. Perché l’importante è accorgersi della bellezza, non il fatto che te ne sei accorto.

Nota tecnica, la conversazione si è tenuta dalle 14 e 45 alle 15 e 30 su una interfaccia sociale ad ampia diffusione, un giorno imprecisato, da luoghi imprecisati. Davvero, Fabrizia non so dove viva, Gabriel non so mai da dove mi chiama.

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Gabriel Zagni: Fabrizia, qualche nota biografica?

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Fabrizia Milia: Sono nata triste nel marzo del 1984, raggiunti i dodici anni inizio a scrivere i miei pensieri su fogli di carta; quando la tecnologia avanza ho 18 anni e sostituisco così la carta con i blog. Nel 2008 pubblico il mio primo libro: Pensieri fragili tra pareti di vetro, che è appunto una raccolta di tutti i miei pensieri scritti negli anni. In quello stesso anno mi avvicino alla fotografia per non abbandonarla. Ho recentemente lavorato ad un progetto con la mia unica amica Claudia Baldini, un libro di racconti e fotografie intitolato: Le donne dei nove nodi. Un libro che non è ancora stato pubblicato. Le mie fotografie sono per la maggior parte autoscatti.

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Andrea Sanguigni: Lo dicevo che sono stato attaccato al collo da questo morbo.

Fabrizia Milia: Una song ci voleva. Ho l’ansia. (sorride)

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G.Z.: Allora mettiamo la colonna sonora alle domande e alle risposte a dir si voglia. Appunto dei tuoi autoscatti qui vogliamo parlare.

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A.S.: Facendo onore a Salinger nelle tue foto ma anche sento una intimità blindata. Che è uno spettacolo di grazia e di misteri di alberghi oceanici in capo al mondo. E qui mettono in riga anche un’altra domanda. Proprio sul luogo, perché davvero è come se fossi una regina di una catena di alberghi in ristrutturazione su qualche pianeta extra solare.
Vedilo come una parte da teatro settecentesco.

Il primo brano ripetuto per tutta la sequenza dello sbranamento frase. Allora e qui prendo un martelletto medico per le ginocchia. Tu sei, in qualche modo proseguo, nella vita degli altri, un modo di dire l’arte, quando capita.

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F.M.: Mi fa piacere che tu veda/senta questo Andrea, davvero. Ho sempre il timore che i miei stati d’animo e le mie emozioni non vengano percepiti. In tanti si soffermano solo su ciò che si vede, ovvero il corpo di una ragazza. Eppure, lo giuro, io ci metto molto di più. Per me ci sono io che non sono più io, in altre dimensioni, in altre situazioni, in un’altra vita.

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G.Z.: Fughiamo quindi subito la cosa. Il seno scoperto e il rapporto con la censura in rete.

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A.S.: Che poi sarebbe solo da dire perché Fabrizia, e non altri, di cui potrei, potreste tirare giù esempi a sfascio.

F.M.: La censura è la mia (ed anche di tanti altri) guerra persa in principio. Si sa, vengono censurati anche quadri di Noti autori. La cosa che più mi fa rabbia è la Non distinzione tra volgarità ed eleganza, ma so bene che sarebbe una pretesa assurda perché c’è sempre di mezzo la soggettività. La legge non permette il nudo integrale e può anche essere giusto sotto certi aspetti però permette immagini oscene (purché i capezzoli siano ben coperti ) e commenti dal contenuto altrettanto osceno. Quindi penso sia una censura ingiusta che non tutela realmente ma fa soltanto incazzare i fotografi. Ad ogni modo nonostante le costanti censure persisto (probabilmente scioccamente) a condividere le mie fotografie esattamente come sono, nudi compresi.

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G.Z.: Ed è questo leggiadro coraggio che ci colpisce. A chi ti rivolgi, se ti rivolgi a qualcuno?

F.M.: A Dio. spesso.

A.S.: Fabrizia ho notato, una sorta di esperimento ottico casto, che ingrandendole, le tue foto danno ragione al senso che avrebbero senza ingrandirle, ovvero sembri sparire. Qui ci starebbe bene una potente citazione colta con rinvio su Amazon, ma preferisco i Besos. Paul Virilio, Estetica della sparizione, leggiadro magnifico libretto sulla disdetta del mondo fuso in luce non più percepita e non è Dio.

G.Z.: «Se la velocità è la luce, tutta la luce del mondo, allora le apparenze sono trasparenze momentanee e ingannevoli, e anche le dimensioni spaziali non sono altro che fugaci apparizioni, come le cose percepite nell’istante dello sguardo.» (Paul Virilio)

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A.S.: In frames, mi sembra questo il titolo di una serie, e in un’altra soprattutto che potrei descrivere, ma vorrei che fosse solo trovata. Tu sei come un miraggio se ti avvicini rimanendo intrappolato nella malia o maglia sciolta del raggio, tu non ci sei più, come se non fossi reale. Mi sembra una provocazione sofisticatissima e una vendetta violenta contro la violenza di chi brama, Battiato, il possesso non andando a cercare niente, Battiato. Tu sei l’astrazione che inganna il peggio della carne che diventa scialba, dico il peggio della carne. Tu sei la vendetta silenziosa e privata. La privazione quando appare tutto.
Quel momento di disilluso orrore del gagliardo sotto le luci elettriche della macchina nel deserto hollywoodiano, Strade perdute, ultimo youtube citato. Song of the siren. E non c’è ancora Ulisse che tenga.
Non mi piace lanciare propositi a sproposito, ma vorrei farne una descrizione migliore come un racconto breve di qualcuno che si interpella di fronte ad una foto, oltre Antonioni, oltre al thriller della verità metafisica all’italiana. Sulle tue foto dico. Se Dio mi assiste con una pacca sulla cervice. Questa precisamente. Non è didascalica questa cita tube. Voglio ovvio ormai coniare un nuovo termine.


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F.M.: Ho sempre considerato la fotografia Una Magia. Un’illusione ( tranne quella di coloro che in ammirevole modo rappresentano l’autentica vita ) io dico sempre che Non esisto. e quando dico che non esisto intendo l’Io da me fotografato. Voi mi vedete ma io non ci sono realmente.

A.S.: A ah. Avete sentito.

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G.Z.: È vero che preferiresti che si guardassero le tue foto “in silenzio”? Come a dire, non si dovrebbero aggiungere parole all’esperienza dell’arte?

F.M.: È vero sì. Ho sempre preferito il silenzio alle parole dette tanto per. Spesso sono così inutili. Non aggiungono niente ma spesso sanno togliere davvero tanto. Andrea non ama il silenzio, è evidente (ride).

A.S.: No io vivo nel silenzio ecco perché parlo, ma io non parlo io dico.

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F.M.: Tra il dire e il parlare c’è di mezzo il mare.

A.S.: E infatti è una allusione geopolitica. Comunque, cari good fellows, credo che abbiamo materiale per farci un Golem di questa intervista.

G.Z.: Allora non parlarci del tuo rapporto con simboli presenti nelle tue fotografie, il sangue, gli aghi, i nastri, i fiori…

F.M.: Va bene, non lo farò.

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G.Z.: Infine, hai qualcosa da dichiarare? (qualcosa che non sia già stato dichiarato nelle fotografie).

F.M.: Dichiaro di essere innocente. (Se non è già chiaro nelle mie foto).

A.S.: Secondo me no. Tu fai giustizia con l’arte, ma l’innocenza è un’altra cosa, che nessuno può dichiarare in tribunale. Sai c’è un pensiero scritto da Kafka nei suoi diarietti che purtroppo sono disdetti da pubblicazione da almeno un decennio Il Paradiso è giusto che sia stato perso, o abbandonato ma questa è una mia osservazione non kafkiana, perché altrimenti lo avremmo distrutto, o sporcato qui non ricordo. Estetica della sparizione, giustizia. Ma questo è Kafka, forse.

F.M.: O magari no. magari non ci saremmo sporcati noi. Se non avessimo perso il paradiso.

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A.S.: Vorrei concludere con una domanda che so già essere sciocca ma che forse piacerà al pubblico, nel senso che messa alla fine mi sembra una strizzatina d’occhio machiavellica e disdicevole cui tu potresti rispondere stando al gioco. Io finirei stupidamente con “ma sei così bella?” Io proseguirei ma lo farò a parte, forse riuscendo a scrivere del mio proposito che spero non si infrangerà come lo specchio su cui poggia la tua mano bellissima, ed è bellissima la foto. Qui concludo in bellezza, anche se non smetterò di sicuro di cercare il tuo paradiso reflex o i reflex del tuo paradiso. Forse in qualche modo è Paolo Conte. Baci e abbracci e se avessi spinato le rose per tempo anche le rose.

F.M.: Io non sono bella. A volte lo vorrei gridare perché so di aver fatto credere di esserlo. Ma siete belli voi che mi avete donato tutta questa attenzione. Non solo per questo, ovviamente.

WEB* fabriziamilia.net

  • Fee Willow

    Yes, you are beautiful, full of insight, and wise. Sì, tu sei bella, piena di comprensione, e saggio