ART ICON
*KEITH HARING in PARIS

by Rossana Calbi

Il mito Pop in mostra con The Political Line

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Fino al 18 agosto 2013 Parigi ospita la più importante retrospettiva di Keith Haring. Duecentoventi opere raccontano un artista che ha diffuso nel mondo il concetto street art. Il Musée d’art moderne è invaso da piccoli e grandi peni, da collage di banconote e da grandi teli cerati che seguono i primi fogli bianchi incorniciati semplicemente che diedero l’avvio all’iter artistico di Haring.

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Nel 2006 Milano, in occasione della Triennale, consacrava l’opera dell’artista che aveva invaso anche l’Italia; Roma arrivò prima: il Chiostro del Bramante ospitò una personale da dicembre del 2000 fino a marzo del 2001, anno in cui fu cancellato il graffito realizzato sulle pareti trasparenti del ponte Pietro Nenni lungo la linea della metropolitana, oggi solo Pisa conserva sul muro esterno della chiesa di Sant’Antonio abate Tuttomondo realizzato nel 1989.

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A Parigi le duecentoventi opere sono ben allestite, hanno il giusto respiro e sono organizzate in un percorso fruibile che riesce a presentare il lavoro di Haring come quello che fu: un vero e proprio impegno di rappresentatività sociale. Haring rifuggiva la propaganda, a differenza degli street artists contemporanei che ne fanno un loro dogma imperante, ma di fatto fece vera attività politica. Perché fare arte e regalarla al pubblico è un gesto etico, e trasformare l’arte in una t-shirt è una dichiarazione d’intenti.

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Fronte alta, bocca e naso piccolo, occhiali tondi, nelle foto che lo ritraggono l’artista statunitense ricorda il bambino che ha sempre dichiarato di voler essere. La sua fisicità era imberbe, la sua pittura naif, ma la sua arte era forte, diretta, invasiva come un microrganismo che si agglomera assieme ai suoi simili e colonizza quella distorta visione del mondo che ci fa muovere in un’unica direzione. Haring fu aggressivo e ridondante, ripetitivo come in un gioco che ogni volta è nuovo, in grado di presentare i suoi stessi miti e le sue convinzioni per mettere in discussione in primis se stesso e dopo ciò che lo circondava.

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Voglio restare un dodicenne dentro, e rimase sempre un bambino con i tratti del viso morbidi e la sua arte fiduciosa, imprudente e incauta. Haring morì a trentadue anni, stroncato da un virus che oggi non interessa più l’informazione ma che continua a mietere vittime. Del resto non si ama parlare di ciò che può farci pensare e riflettere: la morte e l’arte, che forse per questo sono argomenti spesso correlati.
La retrospettiva parigina si chiude con una traccia dal titolo Sex, AIDS and death, con gli ultimi lavori di un artista che aveva incentrato la sua vita sull’arte e sulla libertà sessuale e che moriva legando il sesso alla malattia. Un percorso che si chiude nel dramma in cui il colore rosso vitale, che è costante predominante nei lavori dell’artista americano, assume tratti commuoventi.
The Political Line, realizzata in collaborazione con la fondazione che porta il nome dell’artista stimato da Warhol, è divisa in capitoli. Un libro che si apre con opere di diverso formato, e su diversi supporti in cui si forma la scrittura creativa di Haring composta da segni grafici che diventano figure inscritte nel caos.
Linee decise che ricordano la comunicazione del fumetto: immediate e semplici; il mondo di Haring non è complicato da comprendere, il messaggio è facile e popolare; “l’arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare.

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Un’organizzazione in capitoli che affrontano le tematiche più forti e permettendo una facile fruizione del progetto espositivo: l’individuo contro lo Stato, la religione, il razzismo. Il secondo capitolo è un atto di accusa del capitalismo made in USA, discorso che si pone in continuità con l’intera opera dell’artista di Reading (Pennsylvania), che legge il mondo caotico degli anni reaganiani come la sottomissione dello spirito allo Stato e alle sue regole professate in dogmi religiosi. Haring è quel dodicenne che gioca con i colori e trasforma i suoi amici in pupazzi fluorescenti, ma è spaventato da ciò di cui si è nutrito: la religione e i mass media.

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Tra quelli che vennero identificati come dei pupazzetti si muove un pubblico eterogeneo, tantissimi ragazzi che riscoprono la matrice dei disegni che imperversano sulle mugs e sulle sneakers, ma anche famiglie con bambini al seguito e signore che indicano la loro età con una meravigliosa sfumatura di azzurro tra i capelli rivolti all’esterno in una piega anni ’50. Haring ha superato le sue contraddizioni e con i suoi omini, tanti, piccoli, incastrati l’uno sull’altro, ha urlato la sua necessità di voler uscire dalla società di massa.
Nell’opera di Haring non conterei i segnali, né vorrei sapere cosa vogliono dire e non sarei come un cane che cerca qualcosa di morto da trascinare a casa*. Nel racconto Onore ai morti, Breece D’J Pancake creava quest’immagine che sembra l’approccio più indicato delle opere dell’artista che nella sua continua denuncia ululava, come uno dei suoi Barking Dog, che la consapevolezza è vitale.

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INFO*
The Political Line
retrospettiva su Keith Haring
presso il Musée d’art moderne de la Ville de Paris
a cura di Dieter Buchhart e Odile Burluraux
dal 19 aprile  al 18 agosto 2013
WEB* mam.paris.fr
[
photo: Rossana Calbi]

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*Breece D’J Pancake, Trilobiti, ISBN Edizioni, Milano, 2010, pag. 129

  • Candolfi Cathy Anna-Catharina

    ho amato leggere il vostro post! Grazie! Cathy