CINEMA
*WEIRD WEIRD WEST

by Laboratorio Bizzarro

Giù la testa, su gli occhi!

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Direttamente da Bizzarro Magazine vol. 2 una selezione di 10 film western tra i più insoliti che vi possa capitare di vedere. In giro si vedono cose strane oltre Sergio Leone e Django… e noi ve le raccontiamo!

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Wild Gals of the Naked West
di Russ Meyer – Usa, 1962

Selvaggio west. Bari e ubriaconi sparano senza mai colpirsi in duelli infiniti, e quando le munizioni finiscono si va avanti a colpi di cazzotti. Il posto è tanto selvatico che vi circola anche un gorilla (sic!), gli indiani hanno il bazooka, le prostitute accalappiano gli uomini al lazo e le donne morigerate vengono portate via di peso. In questo contesto delirante arriva “lo straniero” (Sammy Gilbert) che rifiuta le avances delle ballerine e non accetta sparatorie. Per questo viene cacciato a calci dal villaggio.
L’uomo tuttavia ritornerà armato, stavolta con una pistola dalla canna lunga più di un metro. Non ingannino gli epici titoli di testa: il film del celebre Russ Meyer è una contaminazione stile cartoon tra il western e la commedia goliardica, dove i saloon e le pistole si fanno metafora dell’altalenante virilità dell’uomo moderno.
Montaggio scoppiettante e colori sgargianti accompagnano i (pochi) dialoghi e le numerose gag, ma si sorride senza divertirsi mai veramente.
(Jacopo Coccia)

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Little Rita nel West
di Ferdinando Baldi – Italia, 1967

Accanita detrattrice dell’oro, cagione di tutti i mali del mondo, l’infallibile (e canterina) pistolera Little Rita scorrazza su e giù per il Far West seminando terrore e morte, tra fuorilegge del calibro di Ringo e Django.
E trova pure il tempo di innamorarsi del misterioso Black Star.
Caso più unico che raro di commistione tra due generi allora imperanti nel nostro cinema quali il western e il musicarello, il film di Baldi è un divertissement senza pretesa alcuna di credibilità, che alle numerose esibizioni canore della protagonista alterna scenette più o meno riuscite in cui vengono messi in burla i classici topoi dello spaghetti.
Niente che possa scandalizzare i puristi: è una simpatica facezia camp e come tale va presa.
(Luca Romanelli)


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Zachariah
di George Englund – Usa, 1971

“The First Electric Rock Western”: così si presenta questo Zachariah, lecito dunque aspettarsi qualcosa di assolutamente off.
In verità il film è molto più addomesticato di quanto non voglia dare a intendere, in termini di rock-western pregno di musicisti noti, Alex Cox con il suo Diritti all’inferno – che però è di molto successivo – vince a mani basse. Sicuramente è il primo film (o quasi) a far convivere cowboy e band di musica contemporanea, dotate tra l’altro di tutti i comfort (batteria, chitarre elettriche e amplificatori), e non mancano trovate piuttosto bizzarre o surreali (l’incipit in cui il protagonista trova una pistola in quello che sembra un pacco postale; l’aspetto weird del “saloon” Apache Wall; tutto ciò che accade dentro e fuori dal Belle Star, e ancora la scena psichedelica nel deserto), ma ce ne vorrebbero di più. Rimane comunque una visione piacevole, soprattutto per il sound e per i numeri musicali delle guest star, capaci di donare quel piglio da film-musical che a tratti rapisce.
(Daniele “Danno” Silipo)

220px-Greasers_Palace_posterGreaser’s Palace
di Robert Downey Sr. – Usa, 1972

Prima o poi, qualcuno, doveva pur pensarci: sbattere in un western la figura di Gesù. Solo che in questo caso si chiama Jessy, arriva sì dal cielo ma in paracadute ed è vestito a metà strada tra il Joker di Batman e un gangster anni ’20 (dicesi abito zoot suit). Per il resto fa (quasi) le stesse cose dell’originale, tanto che, giunto in una landa di frontiera desolata (dove troneggia un imponente palazzo di legno) inizia a resuscitare i morti e a camminare sull’acqua, portando scompiglio. C’è pure lo Spirito Santo che indossa un lenzuolo bucato da fantasma. Che dire? Un weirdone doc!
Con un sottofondo di umorismo grottesco all’inglese, Greaser’s Palace improvvisa assoli che oscillano dal nonsense puro a un certo gusto per l’efferatezza, senza mai far trasparire quanto di serio o goliardico vi sia in questo calembour cinematografico. Non che stabilirlo sia così importante: forse andando a fondo un senso lo si trova, ma è preferibile non scavare troppo, poiché niente di quello che troverete potrà realmente giustificare (o superare in stupore) ciò che risiede in superficie. Per gli amanti dell’assurdo un cult garantito.
(Daniele “Danno” Silipo)

timeriderTimerider – una moto contro il muro del tempo
[Timerider: The Adventure of Lyle Swann] di William Dear – Usa, 1982

Durante una gara di motocross, tra una curva a destra e un dosso a sinistra, lo scaltro campione Lyle Swann decide di deviare il percorso stabilito, così da lasciare agli avversari soltanto la polvere. Ma al traguardo il furbone non ci arriverà mai: risucchiato da una macchina del tempo, viene catapultato nel Far West, con tanto di casco e moto roboante.
Curioso pastiche in pieno stile anni ’80, in cui la tradizionale corsa all’oro diventa una caccia al cavallo di razza, leggasi motocicletta pluriaccessoriata e dal carburante infinito (più per una svista di sceneggiatura che per un reale pregio del mezzo). Idea tutto sommato spendibile (anticipa di quasi un decennio il ben più noto e riuscito Ritorno al futuro 3), che avanza fin troppo stancamente e, cosa più grave, manca spesso di umorismo.
Nel cast Fred Ward, indimenticabile spalla di Kevin Bacon in Tremors, e solista in Tremors 2.
(Alessandra Sciamanna)

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Lust in the Dust
di Paul Bartel – Usa, 1985

Una Divine truccatissima e cotonatissima – più frou frou che mai – veste di merletti e sottane gli abbondanti panni di Rosie Velez, impetuosa cantante da saloon che, smarritasi nel deserto, approda al seguito di un taciturno cowboy, in un villaggio dove ferve la ricerca di un misterioso tesoro.
Paul Bartel prende in mano un progetto inizialmente affidato a John Waters per avventurarsi in una sgangherata parodia di Duello al sole (1948) nella quale tenta di riproporre il tocco caustico e dissacrante del regista di Baltimora. Invano. Perché nonostante le potenzialità del soggetto, il gusto camp resta appena in superficie – tra personaggi bizzarri e ammiccamenti sessuali – annacquato da una sceneggiatura inconsistente, un ritmo fiacco e uno humour puerile.
E alla fine, di quella che poteva rivelarsi una piccola perla queer-western, non restano alla memoria che la fotografia vintage di Paul Lohmann (Nashville) e la dirompente performance della mitica trans (al secolo Harris Glenn Milstead), che si concede più che generosamente senza risparmiare al pubblico un coraggioso nudo posteriore.
(Caterina Gangemi)

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Cannibal! The Musical
di Trey Parker – Usa, 1993

1883: condannato a morte per aver ucciso e divorato i propri compagni di viaggio, Alferd Packer racconta a una giornalista la propria versione della terribile vicenda.
Scritta, diretta, musicata e interpretata da Trey Parker, all’epoca un semplice studente di cinema destinato a diventare co-creatore di South Park insieme a Matt Stone (anche lui presente nel cast), la pellicola prende spunto dalla figura realmente esistita di Alferd Packer per dare vita con due soldi a una commedia nera bizzarra, sbilenca e stonata, una parodia in salsa Troma della grande tradizione dei musical yankee, ricca di inaspettati momenti di follia gore.
Sebbene con tre anni di ritardo, il film ha visto la luce della distribuzione grazie alla ditta di Lloyd Kaufman che ne acquistò i diritti.
(Andrea Avvenengo)

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Cuore scatenato
di Gianluca Sodaro – Italia, 2003

Boe Tamburo, pistolero temuto e rispettato, si sveglia una mattina con un paio di corna in testa. Colpa della moglie svergognata e dei sui possibili amanti. Inizia la vendetta a colpi di proiettile. Curioso pasticcio all’italiana firmato Gianluca Sodaro, che miscela western, musical, sicilianità, surrealismo e quiz show televisivi.
Come tutte le opere “fuori binario”, può risultare repellente o dannatamente cool: uno di quei film che, nel bene o nel male, lasciano sempre il segno, a ogni passaggio.
Una vera ingiustizia saperlo ancora irreperibile e invisibile – di fatto ottenne solo una piccolissima e faticosa uscita in sala – poiché gli stitici schermi italiani necessitano proprio di simili scossoni. Ironico e ludico, né d’autore né di cassetta: scatenato!
(Alessandra Sciamanna)

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Blueberry
[Id] di Jan Kounen – Francia/Messico/Gran Bretagna, 2004

Tratto dall’omonimo e famosissimo fumetto di Moebius, Blueberry non è riuscito ad accontentare i fan del personaggio originale ma, a suo modo, propone una personale e lisergica variante del nostro genere di riferimento, che a ben vedere sembra pura follia.
Il film inizia con venticinque minuti di prologo sull’infanzia di Blueberry, segue un’ora almeno di western estetizzante e poi quindici minuti buoni di computer grafica scadente (non per fattura ma per vuoto intrinseco), in chiusura Juliette Lewis ce la fa vedere.
Pura forma, confezione all’ennesima potenza e zero contenuto (la “ricerca di sé” e la rappresentazione dei viaggi sciamanici ha lo stesso rigore di una pernacchia), ecco la cifra stilistica di Jan Kounen, un poeta del virtuosismo ingiustificato, dell’effetto arbitrario che spesso e volentieri lo porta a deragliare.
Questa sua attitudine lo rende indisponente ai più ma, tra eccessi e irregolarità, supera in interesse tanti colleghi asettici e diligenti che popolano il cinema mainstream.
(Daniele “Danno” Silipo)

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La leggenda di Kaspar Hauser
di Davide Manuli – Italia, 2012

Terzo lungometraggio a firma Davide Manuli, La leggenda di Kaspar Hauser è un’opera meditabonda, dal budget scarno ma dalla potenza espressiva infinita. Dopo Beket (2008), Manuli torna in cabina di regia per affrontare una nuova scommessa, ardua e complessa: rileggere la leggenda di un personaggio sfuggevole, sempre a cavallo tra mito e realtà. Con uno stile inconfondibile e una devastante indole di rottura, Manuli porta (sempre) una ventata d’ossigeno a un cinemino italiano boccheggiante e rattrappito, che poco azzarda e poco trasmette.
Perché Davide Manuli dal niente riesce a tirare fuori tutto, restituendo allo spettatore qualcosa di profondamente intimo, non decifrabile a parole.
A film concluso si resta intontiti, incastrati in un loop di contraddizioni emozionali: magia che solo un manipolo d’autori sanno creare, tirando fuori dall’essere umano il nero più marcio e il bianco più candido.
Una Sardegna inedita, un Vincent Gallo clamoroso e una colonna sonora targata Vitalic che pompa di brutto, per un western-non-western postmoderno, sentito più che esibito, citato più che rappresentato, la cui implosione arriva dritta al cervello.
Poesia per immagini.
(Alessandra Sciamanna)

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* DECALOGO DEL CINEMA POST-APOCALITTICO