ART & JEWELLERY
*SIMONE EL RANA

by Ilaria Beltramme

«Sono sempre stato in mezzo agli amici.»

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Non c’è convention di tatuaggi, custom weekend, o summer jamboree in cui non si incontri lo stand de El Rana. “Lo” stand è un mostro di sei metri colmo di anelli d’argento, collanine, splendidi gioielli unici per forma e soggetti. Ispirati ai flash dei tatuaggi, sono un tripudio di ancore, salvagenti, ferri di cavallo, mostri giapponesi e motti assurdi. I clienti di solito impazziscono per la fattura: sono perfetti. Alle spalle del proprietario del“Lo”stand, un omone coi baffi (El Rana, appunto), il carosello di icone continua grazie a una collezione di quadri composti da cuori sacri ed ex-voto antichi e moderni, incastonati dentro skateboard, chitarre elettriche, tavole da surf; o dentro cornici dell’Ottocento e associati a immagini che più profane non si può. Lo conosco da una vita e all’inizio pensavo fosse spagnolo. Invece El Rana è toscano e produce argento perché è di Arezzo. E ad Arezzo si lavorano i metalli preziosi tanto quanto a Roma si coccolano cardinali in mezzo alle rovine: è tradizione. Ho sempre avuto il dubbio che El Rana facesse gioielli e pezzi d’arte perché in fondo da grande voleva fare il tatuatore. Ora l’ho intervistato per DATE*HUB e ne ho avuto la conferma.

Ciao Simone. Raccontami la tua storia.
Ho cominciato a lavorare l’argento in fabbrica a quindici anni, ora ne ho quasi quaranta, perché nella mia città potevi fare solo quello. A diciannove anni ho provato a diventare tatuatore. Il primo tatuaggio me lo sono fatto a diciassette, da Maurizio Fiorini (n.d.r.: un tatuatore storico di Firenze, oggi ha 84 anni). E poi sono rimasto nel suo studio a lavorare come apprendista. Dopo un breve periodo mi sono reso conto che non era il lavoro per me, non ero capace. Di conseguenza ho abbandonato. Penso che tutti quelli che hanno cominciato in quegli anni, in realtà, siano degli “arrangioni”. Per noi è stata una grande passione, e forse anche un po’ un’ancora di salvezza. Dopo aver mollato, perciò, ho provato a inventarmi qualcosa pur di rimanere in questo ambiente, perché non avevo soldi per restarci senza fare niente. E mi sono messo a fare dei portachiavi con i dadi, un po’ d’anelli, qualche bracciale. Ho cominciato a venderli con Gippi Rondinella (n.d.r.: un’altra pietra miliare del tatuaggio, Gippi in quegli anni, era fra i pochi tatuatori attivi a Roma), con Emiliano della Caverna delle torture di Arezzo, con Claudio Pittan di Milano, con Franco Cecconi della Bottega dei tatuaggi di Roma, con Mallo. Insomma con gli amici che mi ospitavano perché non avevo soldi per prendere uno stand.

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Mi ricordo di averti spesso visto lavorare con Robert Hernandenz, per questo pensavo che fossi spagnolo…
Sì, poi ho conosciuto Mao (del Mao y Cathy di Madrid), Robert, Pili Mo’o. Ho cominciato con una bacheca che era grande come un foglio A3, tipo quelle che si attaccano al muro nelle camerette dei bambini per raccogliere i pupazzetti. E poi sono passati dieci, dodici anni e mi sono reso conto che avevo sei metri di stand. Però non mi è pesato per niente fare due lavori per diciannove anni. È stato parecchio bello. Sono sempre stato in mezzo agli amici. L’ho sempre fatto molto volentieri e ora sono contento che sia diventato il mio unico lavoro, anche grazie a mia moglie (Rossella, compagna di vita e una dei soci di Simone nel suo studio di tatuaggi di Arezzo) che mi ha incoraggiato a smettere di fare l’operaio. E grazie agli amici: a Mallo, a Carlo (Fastcolors, di Milano), le persone a cui sono più legato che mi hanno sempre spinto a provarci.

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E l’idea di aprire uno studio ad Arezzo, quando t’è venuta? Come mai hai deciso di fare anche questa cosa, oltre tutto.
L’idea era un sogno che avevo fin da quando ho cominciato a tatuare. Poi ho subito smesso, ma il sogno è rimasto. L’idea iniziale era di aprirlo con i miei due amici del cuore (n.d.r. Carlo di Milano e Mallo di Roma), ma sono troppo lontani. Quando c’è stata la possibilità di farlo con mia moglie e con Domenico, socio e amico, ho preso la palla al balzo e abbiamo costruito lo studio.

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So che c’è stato un periodo in cui sei entrato nel mondo dell’arte. Come ti sei trovato fra galleristi, collezionisti e artisti “veri”?
Non saprei definire il mio ruolo. Perché tendenzialmente non so fare niente nella vita. Tendo ad arrangiarmi come ho detto prima. È stata un’esperienza piacevole. È cominciata perché ho conosciuto un artista milanese che si chiama Massimo Gurnari, che mi ha introdotto nel mondo delle gallerie. Mi sono divertito, ho conosciuto un sacco di gente positiva, ho lavorato. È finita perché non me la sentivo più. Anche perché nel mondo dell’arte ci sono dei meccanismi, dei criteri di lavoro che sono molto differenti dai miei. Io preferisco avere un rapporto più immediato col pubblico, con le persone che mi seguono. Alla fine, mi fanno campare da tanti anni… e non voglio intermediari. Però in questo periodo ho conosciuto pittori e curatori a cui voglio molto bene e a cui sono ancora legato. Artisti come Vanni Cuoghi, Massimo Gurnari, Elena Rapa, Massimo Giacon, Laura Giardino. Galleristi che ancora vengono a trovarmi in convention a Milano a lavorare, o che sono venuti ad Arezzo.

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Quando ti dicono che sei un artista. Sei d’accordo? O ti senti più un artigiano?
Io mi sento fortunato. Basta.

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Da poco sei diventato pure papà. La nascita di tua figlia ha influenzato le cose? Le ha facilitate, le ha complicate? È stata fonte d’ispirazione?
È una domanda difficile. Non so quanto influisce nel lavoro, un figlio ti cambia la vita in positivo, anche se è un grosso impegno, chi ha un bambino lo sa. Ma quando stai meglio, lavori anche meglio. Lavori con un obiettivo. Sono un po’ più in paranoia perché devo stare fuori tanti giorni per lavoro e spesso non la vedo. Ma devo fare questo per vivere. Fare il minatore è peggio.

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