MUSIC EXHIBITION
*MICK ROCK

by Luiza Samanda Turrini

It’s only rock’n’roll (but i like it)

Ch-ch-ch-ch-ch-change

Come sempre in occasione del Festival Fotografia, lo Spazio Gerra di Reggio Emilia propone mostre fotografiche a carattere antropologico, sulle subculture e sullo stardom contemporaneo. Dopo Kevin Cummins e la scena di Manchester, dopo le icone e gli status symbol della Swingin London, quest’anno tocca a Mick Rock, il fotografo che più di ogni altro è riuscito a cogliere l’essenza della mitologia rock n roll, plasmando il suo stesso immaginario tramite l’atto della rappresentazione fotografica. La grandezza di Mick Rock deriva dalla sua appartenenza allo scenario che ha fotografato.

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Mick Rock

Rock non era un voyeur, uno che stava nelle retrovie a far tappezzeria, ma un membro attivo del selvaggio orizzonte rock ‘n’ roll dell’epoca post-Beatles e post-flower power, quando il lato oscuro, la durezza della strada, gli eccessi, le sfide alla morte e le ibridazioni sessuali sono emerse con luminosa violenza come materiale poetico.  Mick era completamente coinvolto, tanto che nel ’96 ha avuto due infartini, e ora si dedica allo yoga come da copione. Ma andiamo con ordine. Prima delle passeggiante sulle vie ritorte del Wild Side, Mick Rock fa studi umanistici a Cambridge, si appassiona alla letteratura francese, e vede il glam e il proto-punk  come i capitoli contemporanei della storia del teatro. Alla fine degli anni Sessanta, Mick Rock non è interessato a personaggi come Beatles o Rolling Stones, che ormai facevano parte dell’establishment, ma all’avanguardia, fra i cui ranghi ama bazzicare.

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Syd Barrett

Tutti i suoi soggetti sono suoi amici. Il primo che ritrae è Syd Barrett, durante il crepuscolo hippy, in stanze con materassi per terra e luci da acido. Poi ha fotografato Lou Reed, David Bowie, Iggy Pop, cogliendoli nel momento  interstiziale fra la gavetta e la leggenda, quando tutto è stato creato.  Per lui non sono solo dei musicisti, ma attanti in un preciso contesto culturale, e continuatori della tradizione romantica, del byronismo, del maledettismo francese, della tradizione dandy e dei beatniks.

Lou Reed, all dressed in black, ci accoglie in mostra con una maglia di pizzo attillata, lo smalto nero e una giacca di plastica trasparente. Questo codice vestimentario rappresenta molto bene la sua estetica e la sua storia: ci sono le semantiche bisessuali, il nero, esistenzialista e funereo, in contrapposizione con le accozzaglie colorate e coeve degli hippy, e la plastica, pietra filosofale di Andy Warhol, colui che ha elevato i Velvet dallo status di tossici da strada a quello di icone mitopoietiche assolute.

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Iggy Pop

Iggy, the  wild-one, il performer più viscerale degli anni Settanta, erede di Jim Morrison e dei suoi furori dionisiaci, viene immortalato da Mick Rock nelle sue pose di culto: sul palco piegato indietro in un cambré da far invidia a Carla Fracci; virato in colori materici, aggrappato al microfono con il rimmel che cola per la copertina di Raw Power. La foto viene scattata al King’s Cross Cinema di Londra, nel 1973, durante una performance dal vivo.

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Queen

Troviamo anche la prima versione di Freddie Mercury, senza baffi, con i capelli  lunghi e la frangia, sdraiato  in mezzo a rasi e velluti come una regina assassina. La mostra Rock’Stars è l’occasione per vedere dal vivo degli scatti celeberrimi, che finora avevamo sempre visto a scarsa definizione sul video del computer. Bowie  che addenta la chitarra di Mick Ronson in un blow job elettrico, alla Oxford Town Hall a Londra.

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Ronson e Bowie vestiti da dandy con cravatte larghe e giacche optical, mentre cenano in un vagone ristorante.  L’unica foto che ritrae insieme la sacra trinità luce-ombra-caos, ovvero David Bowie, con maglia di lurex damascato e il solito aplomb, Lou Reed, con occhiali scuri a nascondere eventuali midriasi, ed Iggy Pop, con le pupille sgranate e un pacchetto di Lucky fra i denti, abbracciati al Dorchester Hotel di Londra nel 1972.

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Rivediamo volentieri il bacio fra Bowie e Lou Reed, durante il party al Café Royal dopo l’ultimo concerto della tournée di Ziggy Stardust nel 1973, e la foto dei quattro volti dei Queen disposti a rombo su fondo nero, per l’artwork di  Bohemian Rhapsody e della copertina di Queen II. (La fonte di ispirazione per le mani incrociate sul petto venne da una foto di Marlene Dietrich, e Freddie non potè fare altro che sposare l’idea con entusiasmo.)

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Lou Reed

 

Mick Rock mostra il suo passato da studente di Cambridge illuminando i suoi soggetti con suggestioni colte, come  Lou Reed sulla copertina di Transformer, con occhi bistrati in stile teatro Kabuki /film della Universal, e Bowie in versione Dorian Gray allo specchio in mezzo ad un giardino vittoriano.

Poi ci sono anche foto mai viste, nonostante anni di screening per immagini sui motori di ricerca, ad esempio l’immagine di un concerto di Bowie, con lui che indossa hot-pants di jeans in stile Fiorucci e sandali da donna col tacco e il cinturino, mentre una folla adorante protende le mani verso di lui.

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Debbie Harry

Oltre alle rock star, ci sono altre icone, reali e di finzione, per quanto labile in alcuni casi possa essere questa differenza. A questo proposito, citiamo  Frank ‘n’ Further, il mad doctor en travesti del Rocky Horror Picture Show, metafora dell’idolo che crea bellezza e spinge i suoi seguaci alla ricerca del limite, che può liberarli oppure distruggerli. Citiamo anche Andy Warhol. Mick Rock ritiene che tutto il circo rock n roll, l’ossessione della fama e della bellezza, il sesso estremo,  il consumo abnorme di droghe, il cross-dressing, l’imperativo di essere fighi a tutti i costi abbia avuto un epicentro ben preciso, la Factory, ed un demiurgo evocatore del terremoto, Warhol. Warhol creò un link indelebile fra musica pop ed arte, fece da mentore a Lou Reed, ed influenzò profondamente Bowie, che copiò il look di Ziggy Stardust alle folli superstar transessuali della Factory.

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Una parte imperdibile della mostra è la video intervista, realizzata nel marzo di quest’anno dallo staff dello Spazio Gerra. Dal video impariamo molte cose interessanti.  Rock non è uno pseudonimo, ma il cognome di battesimo. La scena newyorkese era più sfrenata e meno succube della moda di quella londinese. Gli anni più importanti per questo tipo di scenario sono stati il ’72 e il ’77.  Mick Rock ha fatto la regia del video di Life on Mars. Il glam americano dei New York Dolls e di Alice Cooper era più “butch”, ovvero più maschile della versione inglese.

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The Rocky Horror Picture Show

In attesa del finissage del 15 giugno “Well I’m Just a Modern Guy”, con un tributo glam di AntWork  e una rassegna video a cura di Marco Moser, possiamo affermare che Mick Rock è riuscito a rappresentare alla perfezione lo spirito del suo tempo, cogliendo in una manciata di immagini lo zeitgeist di un’epoca che è diventata ormai materia di studio per antropologi, teorici della moda, delle subculture e delle religioni. E questo perché a questo punto non si può far altro che volgersi al passato, con piglio analitico e non più partecipativo, perché l’età dell’oro delle rockstar è finita. A detta dello stesso Mick Rock, Lady Gaga è stata l’ultima vera Star della musica, l’ultima erede di Ziggy Stardust e della Killer Queen. Ora non ci rimane altro che la proliferazione dei dj, che hanno sostituto i divi del rock ‘n roll nell’idolatria delle nuove generazioni. Sic transit gloria mundi.

WEB* spaziogerra.it