MUSIC
*PIET MONDRIAN EXPERIENCE

by Paola Cecchini

Un progetto musicale fuori dagli schemi

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Fighi abbastanza per i radical chic di provincia, ancor più tra snob e alternativi della città (nel nostro caso Firenze). I Piet Mondrian nascono a San Miniato (Pisa) nel 2006 attorno a Michele Baldini, che attualmente è accompagnato da Francesca Storai (Tastiere, Glockenspiel, Diamonica, Laptop) e Valeria Votta (Batteria, Percussioni, Fisarmonica).

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Il nome proviene dal famoso pittore olandese Piet Mondrian, esponente del movimento artistico De Stijl. Il loro sound si caratterizza agli esordi come rock minimale, successivamente dopo l’uscita del video di “Carne Carne Carne Carne” i Piet Mondrian si aprono all’elettronica.

Altri ispiratori sono i chansonniers degli anni Sessanta – Gainsbourg, ma anche De Andrè – per le composizioni più intime, e, per le liriche più graffianti, le sonorità più moderne come quelle dei White Stripes e dei The Kills, senza dimenticare molte derive new wave alla The Cure.

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Le tematiche degli esordi, rabbia giovanile e denuncia sociale, nel corso del tempo si sono fuse a riflessioni filosofiche più profonde sull’uomo, sui suoi difetti e sulla società che ha creato.

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Incotriamo Michele e e gli poniamo alcune domande sul “processo creativo” dell’artista…

Quanta rilevanza ha il tuo contesto quotidiano in quello che scrivi e interpreti? Intendo l’atmosfera opprimente della provincia, il “solito pub”, la soffocante sicurezza di facce e situazioni sempre uguali a se stesse?
Direi il 90%; l’ambiente in cui vivo è la principale fonte di ispirazione (spesso l’unica) per i testi. Non è tanto un fatto di routine o di quotidianità a farmi riflettere però, quanto il malessere che si nasconde dietro un’apparente normalità. Ecco, l’espressione giusta potrebbe essere la seguente: mi piace evocare il fantasma del quotidiano. In provincia, non dico niente di nuovo, è il posto dove si spreca più talento. Tra i giovani e non. Mi piace parlare di questo: sogni disillusi, visioni distorte del mondo, luoghi comuni e vizi, per lamentarmene, ma soprattutto per prenderli in giro.

Sei appassionato di cinema e musica? Cosa esattamente lega insieme queste due forme di espressione?
Direi che più che appassionato sono totalmente drogato di cinema e musica. Le lega il fatto che sono due forme (le mie preferite) di espressività, il fatto che attraverso questi linguaggi possiamo “tradurre” le cose brutte (ma anche quelle belle) che ci capitano e farle diventare bellissime. E’ quasi un miracolo. Basta non prendersi mai troppo sul serio (difficilissimo).

Infine tre parole anti- crisi?
Più che tre parole, se posso, darei tre consigli
1. Droga: non voglio essere travisato, nell’ultimo pezzo uscito ad esempio non si inneggia alla tossicodipendenza se uno ascolta bene il testo, o almeno, non è questa l’intenzione. Ma ad una mancanza di visione, di allucinazione, che esalti la creatività, che ribalti, almeno con la mente, le percezione attuale del mondo. Un uso consapevole di stupefacenti potrebbe garantire (mai visto “Il Grande Lebowski”?) l’allontanamento (almeno parziale) da tante ipocrisie e farebbe stare un po’ più calmi gli entusiasmi. Insomma, la droga è una lente di ingrandimento o di rimpicciolimento per sottovalutati o falsi problemi
2. Domande: secondo me ce ne dovremmo fare sempre di più. Anzi, sempre troppe. Troppe domande sono sintomo di disagio o di curiosità, che sono i miei sentimenti preferiti. La gente oltre a farsene poche tende a darsi troppo presto la risposta. E’ un casino.
3. Buttarla di fuori, sempre e comunque. Nessuno è a suo agio in questo mondo, diciamocelo. Semplicemente cerchiamo di incastrarci in maniera tale da non apparire fuori contesto. Adoro quelli che ogni tanto “saltano fuori dalla propria casella” in maniera del tutto imprevedibile.

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