CINEMA *DECALOGO DEL CINEMA
POST-APOCALITTICO

by Laboratorio Bizzarro

10 film post-apocalittici tra i più insoliti del post-mondo

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Direttamente da Bizzarro Magazine vol. 1 – Kaboom una selezione di 10 film post-apocalittici, tra i più insoliti che vi possa capitare di vedere. Donne robot, cani parlanti, veicoli improponibili, musica rock e simpatici topolini mangiauomini. In giro si vedono cose strane… noi ve le raccontiamo!

bed_sitting_roomMutazioni
[The Bed Sitting Room] di Richard Lester – Gran Bretagna, 1969

Il beatlesiano Richard Lester in cabina di regia e le prove generali della comicità che esploderà quello stesso anno con il Monty Python’s Flying Circus, declinata nell’atmosfera radioattiva del post-atomico. In una Londra rasa al suolo e trasformata in una montagna di detriti a causa di un olocausto nucleare, i pochi, bizzarri esemplari di umanità sopravvissuta – una ventina in tutta la città – incrociano le proprie esistenze ed esperienze dando vita a momenti di stravaganza squisitamente british. Fotografia sclerotica, brillantissima comicità firmata John Antrobus e un manipolo di vecchie volpi dell’intrattenimento nazionale (Marty Feldman, Ralph Richardson, Arthur Lowe) trasformano questa commedia nata per il teatro in una pellicola godibilissima nella sua surreale elegia di tutto ciò che è radioattivo, ricordo dell’ormai fu Impero Britannico. (Andrea Avvenengo)

gallery_7_2158_8332Un ragazzo, un cane, due inseparabili amici
[A Boy and His Dog] di L.Q. Jones – Usa, 1975

Dopo la quarta guerra mondiale, le materie prime scarseggiano e le donne pure. Vic, belloccio rude e affamato di sesso, vive alla giornata col suo fedele amico Blood, un cane speciale e fuori dal comune. Legati da una simbiosi a dir poco singolare, i due comunicano telepaticamente e Blood, grazie a un fiuto anomalo, è in grado di percepire pericoli e donne nel raggio di chilometri. Verranno separati proprio da una ragazza, che porterà Vic in una città sotterranea dove l’umanità si è (ri)organizzata alla bene e meglio. A Boy and His Dog è probabilmente il primo post-apocalittico a mettere in scena un protagonista con cane al seguito (cliché di tanti altri post-nuke), per giunta stravolgendo il consueto rapporto cane/padrone: al ragazzo burbero e ignorante si contrappone un cane estremamente intelligente e dotto. Uno degli aspetti più spassosi e surreali del film risiede proprio nei dialoghi tra Vic e Blood, squisitamente cinici. Fa da contorno un mondo agitato, sporco e cattivo, che comunque non lesina affatto in idee “colorate” e senso dell’umorismo. (Alessandra Sciamanna)

Damnation_Alley_1977L’ultima Odissea
[Damnation Alley] di Jack Smight – Usa, 1977

Finita la terza guerra mondiale con un gran botto atomico, un gruppo di militari sopravvissuti, si mette in viaggio verso New York (dove c’è ancora civiltà?) a bordo di veicoli corazzati e inarrestabili. Senza generalizzare troppo, possiamo affermare che c’è uno scarto tra i post-apocalittici degli anni ’70 e quelli anni ’80. L’ultima Odissea, realizzato quasi a cavallo tra i due decenni, ben rappresenta il cambiamento: se da una parte, con atteggiamento tipicamente seventies, tenta la strada della credibilità (che non è realismo né verosimiglianza), dall’altra si abbandona a elementi di netta difformità assolutamente ottantiana. Tanto per capirci, a una certa sobrietà di toni e situazioni, fanno da contraltare alcune eccentriche trovate a base di scorpioni giganti, scarafaggi mangiauomini (degni precursori dei Rats matteiani) e veicoloni tamarrissimi (che faranno furore nel decennio successivo). In questo equilibrio imperfetto ma significativo, il film, si lascia benvolere e guardare con curiosità: un post-apocalittico di transizione. (Daniele “Danno” Silipo)

220px-Jubilee_(1977_film)_posterJubilee
[Id] di Derek Jarman – Gran Bretagna, 1978

La fine secondo Derek Jarman: no future, no culture, no civility, no goodness! Questa, più o meno, è la bandiera che sventola nel futuro prossimo venturo di Jubilee e della sua Inghilterra. Nella lista dei fondamentali, l’irregolare e gagliarda visione di Jarman trova posto non tanto per il senso generale del film quanto per i “modi”: l’apocalisse è nell’aria, forse c’è stata o forse ci sarà, benché non vi sia mai nessun dato a confermalo; l’imbarbarimento umano è in ogni dove e la Terra zoppica, ridotta a uno scenario desolante fatto di ferro e metallo bruciato, macchine sventrate e fiumi prosciugati. Il post-apocalittico non è dichiarato con lo spelling, ma c’è e si mostra in tutte le sue sfaccettature, relegato a scenario di contorno, a dimensione urbana e sociale in cui si muovono i ragazzi del futuro, punk incazzati e balordi che inneggiano al nichilismo e non rendono conto a nessuno, se non a loro stessi. A rendere il tutto ancora più straniante, uno sfondo musicale sguaiato e a dir poco incalzante, interpretato da esponenti noti della scena punk-rock inglese e americana anni ‘70 e ‘80. (Alessandra Sciamanna)

220px-Burst-City-PosterBurst City
[Bakuretsu Toshi] di Sogo Ishii – Giappone, 1982

Una delle poche pellicole per cui il termine “seminale” ha un senso. In trent’anni di vita Burst City non ha perso un grammo della sua potenza giovanilistica. E questo nonostante una certa pesantezza e la quasi totale assenza di plot. Nata come punk-rock opera dalle tinte apocalittiche, rimane perfetto manifesto della controcultura nipponica dei primi anni ’80 e linea di partenza da cui i vari Tsukamoto hanno costruito la loro poetica dell’ipercinesi. Le quasi due ore di durata si compongono prevalentemente di deliranti siparietti musicali e risse. Giovani motociclisti perdigiorno cercano in ogni modo di fronteggiare la corporazione incaricata di costruire una centrale nucleare nel loro territorio, una Tokyo da Cronache del Dopobomba (mutanti compresi). Colonna sonora strabiliante, virata più al power pop primordiale che al punk intransigente di matrice inglese. (Marco Andreoletti)

kinopoisk.ruRats – Notte di terrore
di Vincent Dawn (Bruno Mattei) – Italia, 1984

Un variopinto gruppo di profughi scampato al disastro nucleare vaga per deserti finché non trova cibo e riparo in un’ampia costruzione recante i segni di una passata civiltà. Ma ben presto si accorgeranno della presenza di altri inquilini: piccoli, squittenti e molto famelici. Il buon Mattei, un po’ tardivamente, cerca di agganciarsi al treno del post-atomico sfruttando i rimasugli dei set del leoniano C’era una volta in America, debitamente riempiti con orde di cavie da laboratorio. Recitazione e dialoghi (dell’ineffabile Claudio Fragasso) da antologia, scene di lotta tra uomini e ratti al di là dello scult, e un’atmosfera deliziosamente improbabile che pervade il tutto. Se preso per il verso giusto, può risultare adorabile. (Luca Romanelli)

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Sexmission
[Seksmisja] di Juliusz Machulski – Polonia, 1984

I due scienziati Maks ed Albert, sono le cavie di un esperimento d’ibernazione che dovrebbe durare tre anni. Si svegliano invece cinquanta anni dopo, scoprendo che il mondo è stato mandato in malora da una guerra nucleare e che l’unica comunità rimasta in vita è composta di sole donne, rintanate nel sottosuolo. Ormai abituate all’assenza di maschi e organizzatissime per farne a meno (si riproducono per partenogenesi), sentiranno la loro società minacciata dai due uomini. Cultissimo film polacco, molto popolare in patria, che mescola il post-apocalittico “sotterraneo” con la shi-fi distopica, lasciando però in primo piano la sua attitudine da commedia satirica, che diverte riflettendo sul conflitto tra i sessi e lancia qualche stoccata ad ogni forma di totalitarismo (non dimentichiamoci che in Polonia nel 1984 c’era ancora il regime comunista). Una variante impazzita che strappa intelligenti risate. (Daniele “Danno” Silipo)

radioactive_dreams_poster_02Radioactive Dreams
di Albert Pyun – Usa, 1985

Il secondo lungometraggio di Albert Pyun è una delle uscite più atipiche di tutta la produzione post-apocalittica. Dopo un devastante attacco nucleare due adolescenti sopravvivono leggendo grandi romanzi hard-boiled rinchiusi in un bunker. Gli ci vorranno quindici anni di tentativi per tornare al mondo esterno. Troveranno cannibali, mutanti, un enorme dinosauro, cantanti punk e gang di sboccati bambini devoti a John Travolta. Inutile a dirsi, si convincono di essere investigatori privati in un noir anni ’40. E allora vai di voci off, tagli netti di luce e tutti i possibili cliché del genere. Abbiamo la femme fatale, un MacGuffin ambito da tutti e i due protagonisti si fanno sempre più duri e scafati con il passare dei minuti (perdendo la carica da commedia teen della prima parte del film). Poverissimo, ma il mestiere di Pyun salva ancora una volta la giornata. (Marco Andreoletti)

 

RollerBlade_USRoller Blade
[Id] di Donald G. Jackson – Usa, 1986

Volendo assegnare a Hell comes to Frog Town il ruolo ufficiale di film post-apocalittico made in Donald G. Jackson, questo Roller Blade (girato due anni prima) non può che rappresentarne l’alternativa più anarchica e libera, quasi – involontariamente? – surreale. Prodotto con un budget di cinquemila dollari, Roller Blade ci catapulta all’interno di uno scenario urbano solo intuitivamente post-atomico, dove la “Confraternita delle Sorelle del Roller Blade”, devota al culto dello skate e del coltello a serramanico, con il contributo dello sceriffo Goodman, si ritroverà a contrastare le mire di potere del folle Doctor Saticoy e di quella mutazione parlante che si ritrova al posto di una mano. Evidentemente nato da un team produttivo del tutto a digiuno di qualsivoglia competenza professionale, tra ingenti nuvole di talco e un’iconografia squisitamente eighties, Roller Blade approfitta di una sceneggiatura che nei fatti non esiste per perdersi in goduriosi momenti filmici dilatati e sconnessi, al limite del nonsense, corroborati da un’interpretazione corale da cani. Quando il post-atomico è – solo – negli occhi di chi lo gira. Uno scult coi fiocchi. (Andrea Avvenengo)

Cherry-2000-1987-–-Hollywood-Movie-Watch-OnlineBambola meccanica modello Cherry 2000
[Cherry 2000] di Steve De Jarnatt – Usa, 1987

Sam Treadwell vive con una moglie robotica molto sexy e accondiscendente. Tutto fila liscio finché un giorno la consorte non fonde i circuiti e il pover’uomo, per riaverla come prima, è costretto a recuperare un vecchio chip “di quelli come non se ne fanno più” in una zona desertica devastata da una precedente guerra nucleare. A guidarlo in queste terre di nessuno, una “cavaliera” di ventura che ha le fattezze di Melanie Griffith. Tipico esempio di film anni ’80 che, prese due mezze trame, le mette insieme per crearne una unica, in funzione di un film leggerotto e sgargiante che a un certo punto la butta pure in favoletta. Divertente e godibile nella fase preparatoria, poi si ripete, diventa prevedibile e subentra il rischio noia. Ad ogni modo rimane simpatico per la sua unicità. (Daniele “Danno” Silipo)

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