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*BARBONIA CITY

by L’angolo delle stranezze

Look back!

In Italia le elezioni politiche si sono appena concluse. Il risultato è quello che è, un “nuovo attore” si affaccia alla Camera e al Senato, ma la situazione rimane caotica, non potrebbe essere altrimenti per un Paese che ormai presenta lacune sul piano del rispetto reciproco, della cultura e della coscienza. Inutile è abbandonarsi a rancorose geremiadi, ma non si può trascurare quel malessere che aleggia. Con fare pigro ci si abbandona alla malinconia e si guarda al passato, il tempo proprio di questo sentimento.

Sarà che ultimamente siamo bombardati dai revival di ogni decennio del Novecento (con un po’ di sforzo, ne viene in mente anche qualcuno dell’Ottocento), ma provando ad immaginare un  periodo storico del secolo passato dove ci fosse un po’ di gioia e speranza politica, il periodo degli anni ’60 e ’70 pare splendere particolarmente, se per i bagliori iridescenti della psichedelia o per i fuochi delle molotov e delle pistole qui non ci interessa. Un vento iniziato negli anni ’50 e divenuto ormai forte spirava per il Pianeta. In Italia questo afflato si incarnò in  molte forme, una di queste, forse la prima non politicizzata a mettere in discussione alcuni pilastri della società, fu quella dei “capelloni”, i beatnik.

Barbonia-city001A quel particolare movimento è dedicato Barbonia City, il piccolo e interessante libro di Walter Pagliero. Nel 1966 nella zona di Brera a Milano si formò una di queste comunità ispirata alla beat generation americana, il cui profeta più famoso è Jack Kerouac, l’autore di On The Road (Sulla Strada), mentre il più visionario è Burroughs, se non conoscete le sue opere non andate a leggerle (crediamo sia l’Agente Lee a scegliere chi portare nell’Interzona e non il contrario). Questo movimento si basava su alcuni assunti molto semplici: una politica del corpo e tentare un’alternativa in grado di poter superare la famiglia, la guerra, lo stato e il lavoro salariato, il tutto con una particolare attenzione alla natura.
Detta così sembra una bella favoletta, tanti buoni propositi utopici ma, se ci si sofferma un attimo, non si riconosce che sono quelli i dispositivi attorno a cui maggiormente si struttura il nostro disagio? Il sistema famiglia ha segnato il suo tempo, basti pensare alle diverse forme di relazioni sentimentali presenti; quello statale mostra forti cedimenti sin dalla Prima Repubblica; i disoccupati lottano per poter stare otto ore in catena di montaggio e probabilmente morire di qualche malattia derivata dal lavoro e la guerra continua ad essere un problema nonostante il suo mascherarsi da “missione di pace”; sullo stato dell’ecosistema sorvoliamo.

Quelle presentate nel libro non sono Soluzioni, forse alternative, sicuramente esperienze di liberazione e autodeterminazione. Forme di come si può, e si deve, continuare a immaginare alternative, senza abbandonarsi a retoriche e rassegnazioni. Per sperare, sognare e quindi creare «un percorso che, rompendo le catene del precariato e dell’eterna disoccupazione, libera la mente dal plagio livellatore dei comportamenti borghesi». Perché questo percorso non può non partire dai noi per arrivare al di sopra di noi, né a destra, né a sinistra, né a cinque stelle.

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