MULTIMEDIA ARTIST
*CLAUDIO SINATTI

by Polkadot

«Nelle performance c’è una condivisione istantanea delle emozioni.»

La visualizzazione del suono sembra essere la nuova frontiera della sperimentazione multimediale. Non c’è città che non abbia ospitato l’allestimento di ambienti video-sonori o video proiezioni di larga scala mentre i live-set dei giovani artisti musicali si dotano di vjing d’autore. La ricerca sonora, quindi, include ed esige l’accompagnamento visivo diventandone un supporto funzionale al potenziamento emotivo della performance. Abbiamo conversato al proposito con Claudio Sinatti, uno dei maggiori artisti multimediali italiani che ha saputo intessere un lungo ed intenso rapporto con il mondo della musica, soprattutto underground. Dopo le sue prime esperienze commerciali, la fondazione del collettivo Sum Wu Kung e del più recente progetto Live Video Ensemble, Claudio ha animato con le sue video-proiezioni le facciate del Duomo e della Triennale di Milano, Duomo di Perugia e Conservatorio di Madrid. Nel frattempo i suoi vjset accompagnano le performance dei più sperimentali dj italiani.

Come artista multimediale sei sempre più coinvolto nella sperimentazione visivo-sonora che ti ha visto impegnato con diversi musicisti (tra i più recenti Ulrich Troyer, Christian Fennesz, Pierpaolo Leo, Mou Lips!, Black Fanfare). Come nascono queste collaborazioni e come hanno arricchito la tua ricerca?
La musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Si è intrecciata profondamente con le mie metamorfosi emotive, tanto da considerarla più volte una salvezza.Lavoro con le immagini e quindi con la visualizzazione delle emozioni, ma tutte le immagini che produco hanno per me anche un suono preciso.
Lavorare con la musica e con i musicisti è il modo più completo per trasmettere al pubblico le emozioni come le ho vissute o immaginate.
Le collaborazioni nascono spesso per mia iniziativa. Ho delle abitudini di ascolto a tratti maniacali e posso ascoltare lo stesso artista o in certi casi lo stesso brano per settimane o mesi. Ascolto e aspetto l’occasione.
Quando si presenta la possibilità di realizzare il progetto adatto contatto il musicista che in quel momento sta già sonorizzando le mie giornate. Altri incontri avvengono per suggerimento di terze persone come ad esempio lo spettacolo a cui sto lavorando assieme a Jeff Mills.
Sergio Ricciardone di Club to Club conoscendoci entrambi ha voluto farci incontrare ed sta ora producendo il live che esordisce a Torino in Novembre.

I tuoi live set audio-video instaurano un’inscindibile relazione tra musica e immagini. Qui, la forma narrativa è costruita attraverso il suono che guida e supporta la struttura visiva. Da quale elemento inizia il tuo lavoro e, di qui, come costruisci tali architetture visuali?
Le mie performance sono animazioni digitali in tempo reale. Oscillano tra l’astratto ed il figurato e sono solitamente dei piani sequenza, senza alcun taglio. Per realizzarle disegno delle storie che poi ricostruisco digitalmente in unico ambiente tridimensionale. Gli ambienti contengono tutti gli elementi della narrazione ( personaggi, luci, paesaggi, agenti atmosferici… ) e sono completamente interattivi.
Questo mi permette di comandarli attraverso interfacce customizzate. Diventano così delle sorte di videogiochi di cui controllo tutti gli elementi facendoli apparire e sparire a piacimento, trasformandoli, animandoli e facendoli evolvere assieme al suono. Una volta costruito lo strumento sono libero di reinventare le storie e la narrazione diventa completamente estemporanea.

Le tue performance nascono dagli ambienti che le ospitano ma, al contempo, partecipano alla costruzione di questi ultimi influendo sulla percezione che l’audience ha di essi. Da cosa ti lasci ispirare nell’elaborazione di queste nuove cornici?
Questo è soprattutto vero quando lavoro con le proiezioni sulle architetture esistenti, senza aggiungere schermi o dispositivi, come ad esempio la performance Elevation con il musicista Giuseppe Ielasi. In quel caso eravamo in una piccola piazza di Catanzaro e proiettavamo sulla facciata di una chiesa. Abbiamo visto lo spazio in foto, ma lo abbiamo visitato soltanto la sera prima dello spettacolo. La chiesa era piuttosto anonima, perfetta per un nostro intervento. Aveva una piccola finestra circolare al centro che ho deciso di usare come fonte irradiante delle immagini, come se la trasformazione avvenisse dall’interno.
Poi abbiamo cercato di essere più delicati possibile, anche per una forma di rispetto per un simbolo che non era nostro, ma apparteneva a chi era abituato a passarci davanti ogni giorno. Abbiamo cercato di esaltarla, elevarla, senza distorcerne il significato. Per la performance ci siamo posizionati di fronte, rivolti verso l’edificio, nella stessa posizione del pubblico, a rimarcare la condivisione della stessa esperienza. Credo che nell’insieme abbia funzionato molto bene.
Il parroco era commosso.

Quale peso ha il fattore emozionale nelle tue video-installazioni e quale reazione cerchi di provocare nel pubblico?
C’è una grande differenza per me tra installazioni e performance nella relazione con il pubblico. Quando presento una installazione è per me una grande soddisfazione. È come segnare un altro traguardo, formalizzarlo. Ma in quel momento ho già superato l’emozione della creazione dell’opera. Quell’istante l’ho vissuto da solo o con le persone con cui ho realizzato il lavoro o che mi sono state vicine in quel periodo della mia vita. Al momento della presentazione pubblica sono già altrove emotivamente.
Nelle performance invece c’è una condivisione istantanea delle emozioni. Una condivisione che non necessita di parole e chiarimenti.
Siamo lì insieme, lo viviamo. E alla fine è sufficente guardarsi, abbracciarsi. Non c’è cosa più bella. È come una estate passata con un amico, una notte, una avventura, un crimine. Lo puoi raccontare, lo puoi fotografare, ma noi due l’abbiamo vissuto.

Esiste un luogo in cui sogni di intervenire con le tue video-proiezioni?
Mi piacerebbe fare qualcosa al Conservatorio di Milano. È il genere di luogo che preferisco come spettatore per i concerti e gli spettacoli. Ho assistito lì ad un concerto di Antony and the Johnsons ed è stato perfetto. C’è il giusto grado di intimità e formalità.
Un altro posto dove mi piacerebbe intervenire è New York. Ci ho abitato per alcuni anni, ma non ci torno da molto e non ho ancora avuto l’occasione di presentare una performance.

WEB * www.claudiosinatti.com
Foto in home e di apertura: whiteBOX