INTERVISTA
* GLORIA PIZZILLI

by I Hate Pink

«La bella e la bestia sono la stessa persona…»

I lavori di Gloria Pizzilli rimangono impressi nella mente e negli occhi non appena lo sguardo ci scivola sopra, i suoi soggetti lentamente si svelano in tutta la loro raffinata intensità che accompagnata da veli d’oriente racconta mondi vicini e lontani.

In questa intervista scopriamo qualcosa in più su Gloria e sul suo mondo fatto di segni e colori.

Chi è Gloria Pizzilli?
Gloria Pizzilli, di padre lucano e madre tedesca, è una che dentro agli schemi non ci sa stare. È una senza fronzoli. Una che ama i colori opachi. È una che non si alza mai prima delle 10. È una che ama il freddo. Una che non sopporta le mezze misure.

Come ti sei avvicinata al mondo dell’illustrazione?
Sono nata con le idee chiare. Da bambina andavo in giro dicendo che, senz’ombra di dubbio, da grande avrei disegnato cartoni animati. Poi mi sono ritrovata adolescente e mi sono letteralmente persa. Ho posato la matita all’età di 17 anni e non l’ho ripresa seriamente in mano fino ai 24. Mi ci sono voluti sette anni per ricordarmi chi ero e cosa volevo dalla vita. Sette anni per accorgermi che, effettivamente, un talento in tasca l’avevo sempre avuto e lasciarlo lì a marcire sarebbe stato assurdo. Così ho cominciato ad uscire dal bozzolo, a portarmi dietro il mio quadernetto scarabocchiato, fino a che qualcuno non mi ha suggerito di “provarci” a farne una professione, di “provarci” a vivere di quei scarabocchi. Quei qualcuno sono Gilberto Corretti e Mario Lovergine, due frammenti della storia del design italiano nonché docenti all’ISIA di Firenze.

Matita o tavoletta grafica?
Tavoletta grafica. Se vogliamo fare una percentuale, direi 80% tavoletta, 20% tutto il resto (matite colorate, grafite, china). La penna grafica è uno strumento diabolico, che ti permette di tirare su un vettoriale in un balletto, di “stretcharlo”, modificarlo, ruotarlo in ogni modo, fino a trovare le proporzioni giuste… è il “4 salti in padella” dell’illustrazione.

Chi o cosa ti ispira quando disegni?
Ho due anime. Quella grafica, minimale, in cui regnano il dosaggio degli elementi, la pulizia delle curve, l’esattezza cromatica. Deriva dal mio amore per la geometria. È il mio lato tedesco che si fa avanti per mettere ordine, distribuire lo spazio, determinare e preordinare. Poi c’è quella splatter, fluida come un fiume in piena, zeppa di linee, dettagli, riferimenti, tatuaggi e draghi. Ci sono dentro i lungometraggi di Miyazaki, mixati con i film di Quentin Tarantino, il pulp all’italiana di Niccolò Ammaniti ed Enrico Brizzi, i racconti di Michel Faber. E ancora il Dorian Gray di Oscar Wilde, La metamorfosi di Kafka, i cupi scenari di Edward Gorey, i dolorosi racconti di Isabel Allende. Sono sempre stata attratta dal lato oscuro della forza. Sono il frutto di un’estetica nuda e cruda.

Le tue contaminazioni e collaborazioni con il mondo del design come sono nate?
Sono nate durante quei sette anni di silenzio interiore. Finito il liceo scientifico, che ho odiato fortemente, mi sono iscritta all’ISIA di Firenze al corso di Communication e Industrial Design. Lì ho scoperto che esistevano materie che mi interessava studiare, professori da cui bere ogni goccia, con cui scontrarsi e ritrovarsi. Ho scoperto che il design è qualcosa di talmente grande da non poter essere classificato. Qualcosa di talmente ricco da non esaurirsi mai. Ne ho scoperto il lato nobile, profondamente etico.

Blandito

Raccontaci qualcosa dei due collettivi creativi di cui fai parte.
Durante il biennio di laurea specialistica in Product Design, sempre all’ISIA, ho trovato sulla mia strada Ilaria Pacini e Arianna Petrakis. Non ci somigliamo in nulla, all’apparenza. Ilaria è una designer brillante, dal gusto impeccabile, dotata di un’abilità manuale e un senso cromatico fuori del comune. Arianna è un bicchiere di vino pregiato, che impari ad amare col tempo dopo ripetuti assaggi, e da cui poi non riesci più a separarti. Pragmatica, Arianna è colei che sa, dipana il filo, risolve problemi. Cosa ci lega? L’avversione per il design come stilismo. Con loro è nato Oradariadesign, il cui primo figlio è Blandito®, transformable pad for lazy living. Il trasformabile morbido per salotti pigri.

Veasyble

Se a Gloria, Arianna e Ilaria aggiungi Adele, ottieni GAIA. L’altro collettivo, che vede aggiungersi al trio Adele Bacci. Adele si aggirava per i corridoi dell’ISIA nello stesso periodo, ma iscritta al corso di laurea specialistica in Communication Design. Adele, communication designer di alto livello, ha portato una sferzata di irriverenza al nostro gruppo. Gli schemi si sono capovolti e abbiamo così dato vita a un collettivo tutto nuovo. Se Oradaria è composta da tre product designer e si concentra sul furniture design, GAIA se ne infischia della produzione di serie, non le importa di piacere, è provocatoria e sfrontata. GAIA è un atelier, un laboratorio sperimentale. Il primo figlio di GAIA è Veasyble, unfold a beautiful intimacy. Il set in carta plissettata per l’isolamento istantaneo.

Che rapporto hai con il mondo animale spesso presente nelle tue opere?
Il mondo animale esercita su di me un grande fascino. Rettili, felini, insetti, pesci, anfibi, sono una fonte inesauribile di ispirazione. Prendere un animale e osservarlo, fare un bagno di immagini, scene, momenti della vita di una specie, è una cosa che faccio spesso. A volte ne esce fuori un progetto o una singola illustrazione, a volte solamente qualche schizzo sul quaderno, a volte mi limito ad osservare. L’unica costante è che ogni volta ne esco rinnovata. So qualcosa di più sull’anatomia, sul colore, sul significato di eleganza. In particolar modo, amo trovare la bellezza in animali apparentemente sgradevoli. Ogni forma di vita è degna di essere osservata, ammirata, ritratta.

Secondo te chi è la bella e chi è la bestia?
La bella e la bestia sono la stessa persona. Non si può essere veramente belli senza la giusta dose di bruttezza. È il difetto che fa la classe, quel retrogusto selvatico, che prima stupisce e poi incanta.

WEB* www.gloriapizzilli.com