INTERVISTA
* NICOLÒ PELLIZZON

by Alessio Trabacchini

L’autore dell’header di DATE*HUB ci racconta l’Alchimia del fumetto, dell’illustrazione e della Vita.

L’arte di Nicolò Pellizzon (l’autore dell’header esclusivo che campeggia nella home di DATE*HUB in questo mese dedicato ai Quattro Elementi) prende vita tra la geometria e la macchia. In questa intervista – obscurum per obscurius, ignotum per ignotius ma con un certo divertimento – ci fornisce alcune coordinate per tentare di decifrarla: si comincia da bambini studiando gli gnomi e si prosegue da grandi materializzando fantasmi, perché evocarli non basta…

* Ciao Nicolò, proviamo a fare la storia della tua vita attraverso i libri che hai incontrato.
Proviamo, è probabile che tra qualche mese darei risposte diverse. Fino a dieci anni pensavo che “libro” significasse Gnomi di Wil Huygen, illustrato da Rien Poortvliet, seconda edizione. Era in grande formato con una copertina rigida rossa e uno gnomo d’oro inciso sopra. Aveva una sopraccoperta probabilmente, poi distrutta da me o da mio fratello. A dieci anni, dicevo, l’ho letto per la prima volta. Non lo avevo mai affrontato perché era troppo grosso. Da quel momento è diventato il libro come deve essere. E lo penso ancora oggi: lo puoi leggere di seguito, ma quando sei arrivato alla fine non è mai finito per davvero, è illustrato ma ha un sacco di parole, è il risultato di una ricerca approfondita ed è molto più di un libro per bambini… dire che “non fanno più libri così” è poco. Potrei parlarne per ore, e con argomentazioni serie.
1998. Voglio precisare che io abito e abitavo in provincia di Verona. Internet c’era ma non sapevo l’inglese, niente cellulare. Gli amici erano i vicini di casa e i compagni di scuola. Sentirsi adolescenti soli era una cosa completamente diversa da come può esserlo adesso. Comunque era estate, avevo tredici anni e lessi Il caso di Charles Dexter Ward. Non credo di aver mai avuto la sensazione di leggere un libro proibito come quella volta. Lovecraft (sebbene l’abbia letto tutto l’estate dopo) non è uno degli scrittori che ora sento più vicini, ma è stato sicuramente il primo che lo è stato.

* E dopo?
Dopo Lovecraft ho letto altre cose classiche come Dracula, Carmilla, e Il Signore degli Anelli. Che però non ho finito. Aver lasciato questo libro poco dopo i primi capitoli, mi ha causato uno strano blocco, interrotto a Natale 2001 con Lolita di Nabokov. Con vergogna ammetto di averlo comprato al supermercato (ma era Natale). È il libro più carico di passione di tutti.
Negli ultimi anni ho letto quasi tutto di Richard Matheson, di cui poco dopo Lovecraft avevo letto Io sono Helen Driscoll. Ho ripreso Il Signore degli Anelli (che dice molto più di noi di qualsiasi altro libro) e sono ritornato anche su Ursula K. Le Guin, che penso sia una delle più grandi scrittrici viventi. La sua raccolta di saggi sulla scrittura e sull’arte mi hanno segnato la via e portato conforto nei brutti momenti.

* Quando sono arrivati i fumetti?
Con Dylan Dog, se vivevi in italia negli anni 90 dovevi leggerlo almeno in prima elementare. Io lo abbinai a Il corvo senza capirci molto, ma guardavo i disegni e mi sentivo grande. A dodici anni ricordo che leggevo cose da ragazze come Sailor Moon e Magic Knight Rayearth. I miei autori preferiti erano Rumiko Takashi e Masakatsu Katsura. Guardavo anche un sacco di Anime in VHS pieni di gente che veniva fatta a pezzi. Ho continuato così più o meno fino a sedici anni.
Poi c’è stato il buco nero dei fumetti interrotto da Interiorae di Gabriella Giandelli, e da qualcosa di Corona e Gipi. Nel 2005 ho comprato Les Incidents de la Nuit di David B. Rispetto a quello che avevo già letto prima, non aveva nessun limite. Non c’era quel desiderio di legittimazione che passa dalla realtà. Non c’era nemmeno la realtà. Eppure mi è sempre sembrato più reale e più vero di quello che avevo letto prima.
Oggi posso dire di essere influenzato da: Ratigher, Trama è stato la spalla ideologica su cui appoggiare Lezioni di Anatomia, Tuono Pettinato che non smette mai di stupirmi, Giulia Sagramola, Sarah Mazzetti e Cristina Spanò che dire che sono “avanti” è poco, e Roman Muradov, che penso sia tra gli autori di fumetti più brillanti della mia generazione.
I manga li leggo ancora, mi sento paurosamente vicino a Suehiro Maruo e Junji Ito.

* Le Guin, David B, Maruo… Penso che il fantastico sia il modo più credibile per raccontare il reale in profondità. E prima che un modo di raccontare è anche un modo di guardare, di percepire le cose intorno. Cos’è la realtà?
Viviamo costantemente nella nostra testa, quindi penso che la realtà sia sempre soggettiva. Dei molteplici aspetti che compongono la nostra vita, alcuni li ignoriamo completamente mentre altri sono percepiti dalla nostra mente in maniera indefinita. Quindi credo che la realtà sia anche stratificata.
Il fantastico traduce le intuizioni e le percezioni degli strati meno visibili della realtà (la mente inconscia, se vogliamo) in immagini, rendendo la realtà soggettiva condivisibile. È un linguaggio senza una struttura fissa che diventa reale perché è vero. E la realtà e la verità sono due cose diverse.

* Gli alchimisti usavano le immagini per trasmettere il loro sapere, a volte lunghe sequenze di sole illustrazioni come l’Atalanta Fugiens. E poi ci sono i Tarocchi e il modo naturale in cui, combinandosi, diventano storie. Forse il fumetto discende anche da queste cose. Che ne pensi?
I tarocchi e le vignette dei fumetti in effetti sono immagini che pur avendo un significato singolarmente, ne acquistano altri se poste in successione. Leggere i tarocchi (e l’auto-lettura soprattutto – mi riferisco al metodo di Jodorowsky, che mi sembra il più ragionato) significa dare uno sguardo dentro se stessi attraverso l’uso di immagini/specchio.
Raccontare storie è questo, ci permette di astrarci da noi stessi per guardarci da lontano. Credo che più le immagini siano forti più abbiano questo “potere”. I tarocchi sono immagini archetipiche che vengono dalla coscienza collettiva. Sono l’inizio dell’immagine narrativa in occidente.

* Il tuo progetto in corso, Lezioni di Anatomia, sembra risalire a questa origine affiancando parti a fumetti e sequenze di immagini simboliche. Alla base del libro c’è una concezione della materia e degli elementi diversa da quella corrente…
Sono sempre stato affascinato dalle parti di cui si compone la materia. Sia nei suoi aspetti esoterico/filosofici che in quelli più scientifici.
Penso a Democrito e all’atomismo, all’infinita scomposizione della materia a cui ci porta il pensiero logico. È il valore che noi attribuiamo alle cose che fa la differenza. Il pensiero scientifico attraverso lo scetticismo ha inevitabilmente portato tutti a un atteggiamento un po’ nichilista. Credo che nell’organismo ci sia qualcosa di più di una struttura fatta di funzioni che si completano. La sua scomposizione in organi, cellule, elementi chimici e atomi, spiegando il suo funzionamento pratico ha liquidato la coscienza a uno scambio di energia tra neuroni.
Questo è un risultato stabilito dal fondamento base del pensiero scientifico e dalla medicina, che ne dimostra i limiti. La scoperta attraverso la distruzione (dissezione) e l’osservazione di fenomeni che devono essere fisici è un procedimento risultato dalla nostra cultura (patriarcale) e non da un “inevitabile progresso culturale”.
Ma il nostro corpo è costantemente sotto i nostri occhi e nella nostra coscienza agiscono forze contrapposte e/o collaborative che noi sappiamo esistere al di là della loro dimostrazione fisica. Forse la nostra coscienza non ha una sede definita in una struttura elettro-chimica nel cervello, ma è disseminata in vari elementi all’interno e all’esterno del nostro corpo. Esiste nell’universo.


* Per Lezioni di Anatomia hai anche creato un video e costruito una specie di mandala-orologio. Raccontaci la lavorazione del video e la costruzione dell’oggetto.
Una delle parti più difficili di mostrare il tuo lavoro al “pubblico” sta proprio nel fatto che la gente non solo “non ha tempo” – da sempre è troppo occupata a lavorare quando invece lo scopo della vita dovrebbe essere divertirsi – ma non capisce più cosa fai. Ci sono modi di raggirare il problema, e uno di questi è mostrare tutto. Le persone capiscono meglio se glielo racconti, e quello che fai si moltiplica di elementi che possono essere inseriti nella superveloce realtà dei social network.
Il video che ho fatto “racconta” un po’ della produzione del libro. Trasforma il “making of” in un flusso di immagini che lo rappresentano, interpretando più volte il concetto di documentario. L’antenato ideale di questo video (se mi potessi permettere) sarebbe The Ossuary di Svankmajer.
Nel mio lavoro ho sempre cercato di gestire una certa impulsività. Le immagini escono come con la scrittura automatica. Il mandala (come ogni mandala che si rispetti) è uscito da solo, non sapevo che forma avrebbe avuto finché non l’ho finito. Sapevo solo che doveva girare.
A differenza di altri video in passo uno che ho girato, qui non avevo premeditato nulla.

* E poi c’è una traccia di Kentin Jivek per colonna sonora…
È solo la prima di una serie di collaborazioni. Kentin Jivek è un bravissimo musicista, ha aperto anche il concerto dei Legendary Pink Dots il primo giugno a Ginevra, e per le tematiche che tratto mi sento molto vicino a lui. Siamo entrambi fan dei Current 93 credo. Quando l’ho contattato era così entusiasta che ha composto una canzone appositamente ispirata al libro. Questa estate girerò il video e spero di esserne all’altezza. Ho contattato anche Lorenzo Papace degli Odland per avere il permesso di usare alcune canzoni sue e del gruppo, e ha accettato. Ho già usato Morbidus Animus per il secondo video, penso che sia una canzone fantastica.
Sono molto felice di queste collaborazioni e sentire che questi musicisti che non conosco affatto si sono appassionati al progetto mi ha fatto molto inorgoglire.

* L’ho chiamato mandala-orologio perché mi dà l’idea di contenere in maniera evidente qualcosa di rigidamente predeterminato, ineluttabile e qualcosa di infinitamente e indefinitamente interpretabile. Questa compresenza/giustapposizione è per me una delle chiavi di tutto il tuo lavoro…
Credo che la libertà di scelta sia un concetto strano, che prevede che di fronte a due alternative l’individuo abbia una moltiplicazione delle possibilità.
In realtà se ci pensiamo bene siamo orientati così tanto verso alcune scelte da renderle predeterminate, già prima di compierle. È una cosa che inizia a definirsi molto prima della nostra esistenza individuale. Tutti pensiamo di “fare la cosa giusta”, altrimenti non la faremmo. Ma i bivi sono molto più rari di quello che si crede. Le vere alternative le ignoriamo, oppure abbiamo paura di compierle perché non sono nella nostra natura. Come il riccio che attraversa la strada. Potrebbe correre più veloce o tornare indietro quando sente l’automobile, ma sa che chiudendosi si protegge. E invece lo schiacciano. Io penso che non siamo molto diversi da questo, nemmeno nella premeditazione. Concludendo, non credo che questo ci liberi dalla responsabilità. Anzi. Penso che la forza di volontà debba essere costantemente esercitata.

* Hai realizzato il manifesto per il MI AMI 2012 e illustrato un racconto per la rivista «Watt», come ti trovi di fronte a queste forme di collaborazione/commitenza?
Con Maurizio Ceccato di «Watt» e Stefano “Fiz” Bottura di Rockit (direttore artistico del MI AMI) mi sono trovato a mio agio.
Penso che la mia immaginazione, sebbene sia sempre in mutamento, non sia una porta aperta sull’infinito. Una torcia sull’infinito semmai. Quindi, anche se si tratta di seguire un’idea già avanzata (i due ritratti del manifesto sono un’idea di Fiz) aggiungendo solo il mio disegno, non mi disturba.Basta che le idee restino tali e non diventino dei progetti che io devo eseguire, devo sentirmi ospitato. Il disegno è di per sé un’attività intellettuale. Dovrebbe esserlo almeno.
Per «Watt» è stato lo stesso, ho un po’ riletto e sfondato l’interlinea nel racconto di Edgardo Franzosini. E, come per il MI AMI, essere coinvolto in un progetto di questo spessore che coinvolge tanti talenti di livello così elevato è stato un vero piacere. Nelle collaborazioni, poi, bisogna valutare su diverse scale la retribuzione e il valore artistico del progetto. Penso che solo Bjork abbia una scala sola.

* Parliamo delle mostre, si è appena conclusa al Santeria di Milano la tua prima personale. Quale criterio hai usato nella scelta delle opere da esporre? E pensi che un disegno appeso a una parete faccia un effetto diverso da quello guardato sulla pagina di un libro?
Quando vado a una mostra di fumetti e vedo esposte solo le stampe provo tanto odio e risentimento. I fumetti sono un’arte che come finalizzazione deve avere la riproducibilità, ma i visitatori devono essere trattati cortesemente e devono vedere oggetti-errori-ripensamenti-sudore, si prendono del tempo per vedere quello che fai e devono sentire che tu sei lì su quei muri.
Al Santeria ho esposto alcune stampe in grande formato, ma la precedenza va agli originali, pieni di nastro biadesivo, schifezze e sporcizia come sono veramente. Alla libreria Fatbottom di Barcellona le instancabili ragazze di Teiera Autoproduzioni hanno fatto una piccola mostra di Ten Steps Until Nothing, un’antologia internazionale nella quale sono fierissimo di essere presente. Ho preferito partecipare con degli originali, anche se le immagini sono scomposte e decisamente disordinate. In altre mostre non ho avuto scelta, molti miei disegni sono su dei quaderni. Non vorrei sembrare troppo contro le stampe. Sono l’opera finita e in alcuni casi sono inevitabili e “strillano” un po’ di più.

* E il disegno visto su internet? Tu a volte ci aggiungi delle piccole animazioni, è un modo di adattarle al mezzo diverso, di marcarne la differenza, di divertirti?
Mi chiedo quante cose conoscerei se non ci fosse internet. Sfortunatamente la maggiore attenzione viene riposta sulle fotografie personali e sulla documentazione – gli extra – piuttosto che sull’opera finale. I social network hanno questa impostazione, che fa parte del racconto celebrativo di sé che è tipico della cultura americana, il diario di facebook ne è l’ultimo esempio. Da questa struttura non si può restare fuori, i social network sono media molto più veicolati e soprattutto molto più ideologici di quello che si crede. Non parlo di burattinai misteriosi celati al buio in grattacieli di vetro, parlo di parti di noi stessi che si lasciano affascinare dagli spettacoli di luci e vi partecipano. Le persone devono essere distratte e portate nei vicoli bui in qualche modo.


Anche le animazioni si collocano in questa logica, e senza perderne l’ambivalenza. Sono un tentativo (spesso disperato) di attirare l’attenzione. Le GIF sono state inventate quando internet non esisteva, forse danno una direzione di come ci si immaginava avrebbe dovuto essere l’informatica. Il movimento (senza arrivare all’animazione vera e propria e al montaggio) dà all’immagine un valore aggiunto e una vita che è possibile solo nel mondo virtuale. Questo è meraviglioso. Come uno spettacolo di fantasmi.

WEB * www.fauces.it • www.in-the-fauces.blogspot.it
Intervista a cura di Alessio Trabacchini

*IN ESCLUSIVA PER DATE*HUB, NICOLÒ PELLIZZON PRESENTA LE PRIME SEI TAVOLE TRATTE DA LEZIONI DI ANATOMIA.