INTERVISTA
* BEINOT PAILLÉ

by Polkadot

I Rainbow Gathering: comunità new-hippie che vivono in totale libertà e comunione con la Natura.

Laureatosi in biologia, sceglie di ricominciare tutto da capo iscrivendosi a un corso di fotografia artistica. Ha 24 anni, è franco-canadese e ha esposto i suoi lavori in mezzo mondo. Per Benoit Paillè, il cambiamento è una ventata d’aria fresca che lo porta a esplorare i luoghi più selvaggi e a indagare i volti più inconsueti. Quando non lavora come art director per agenzie pubblicitarie, si rifugia in quella che è diventata, negli ultimi sei anni, la sua famiglia: i Rainbow Gathering, comunità temporanee di new-hippie che si riuniscono annualmente per vivere in totale libertà e comunione con la natura.

Gli scatti del giovanissimo fotografo restituiscono al “mondo civilizzato” l’essenza della vita comunitaria, sfuggendo a qualunque regola estetica e dove l’artificio è relegato al momento della post-produzione.

Abbiamo provato a comprendere meglio le scelte artistiche di Benoit con alcune domande.

Protagonisti ufficiali delle tue fotografie sono le persone e la natura. Cosa unisce questi due soggetti e perché ne sei così affascinato?
Non avevo mai realizzato che questi fossero temi ricorrenti nella mia arte; infatti, credo di ricercare una certa fusione di questi elementi, una comprensione della loro mutevole interazione. Come i miei soggetti si integrano e vivono nella natura, io stesso sono una persona abbastanza cittadina, tento progressivamente di domare la foresta, di trovare una certa tranquillità e un luogo dove scollegarmi.

Nella serie Rainbow Gathering i volti sono catturati in tutta la loro naturalezza. Bambini, giovani e adulti esprimono la loro essenza a contatto con l’ambiente naturale che ospita i loro raduni. Cosa ti ha avvicinato a questo tipo di esperienza e come è accolta la tua macchina fotografica dai tuoi “fratelli e sorelle”?
Mi sono imbattuto casualmente nel Rainbow Gathering a Québec nel 2006 e sono stato impressionato dallo spirito di comunità e dall’assenza di giudizio che emanava. Alcune persone avevano un incredibile autenticità, quell’autenticità che dovevo rendere in foto. Questa è la ragione delle foto senza artificio, senza una posa reale, sebbene tutte le fotografie siano una messa in scena, niente è veramente spontaneo. Ho chiesto loro di aspettare lo scatto, di non sorridere come in una foto per turisti, ma semplicemente di guardare nell’obiettivo. Per quanto riguarda la  questione della macchina fotografica nella famiglia Rainbow, solitamente la fotografia non è ben vista, ma poichè faccio parte di quella famiglia da alcuni anni, loro lo accettano. Giacchè non si tratta di foto di gruppo potrei scattare semplicemente una foto senza che loro se ne accorgano, ma in genere io preferisco chiedere individualmente e questo diventa interessante al momento della mostra o della pubblicazione delle immagini, quando rimesse insieme si ricrea la famiglia, la tribù.

Come scegli i protagonisti dei tuoi scatti?
Avviene molto spontaneamente. Si tratta di ciò che libera la gente, della loro energia più che del loro aspetto fisico. Solitamente, per il Rainbow scelgo le persone più coinvolte nel gruppo.

Come avviene il lavoro di postproduzione? Quali strumenti tecnici utilizzi?
Lightroom e Photoshop. Non compio modifiche fisiche delle persone, piuttosto ritocco i colori, i contrasti e la densità. Cerco di mostrare come i miei occhi li guardano dallo scatto fotografico alla post-produzione.

Nei tuoi lavori fotografici emerge una costante sperimentazione sulla luce con cui alteri i paesaggi naturali e urbani. Quale ricerca si nasconde dietro la manipolazione dell’immagine?
Ciò che mi affascina è vedere e mostrare i paesaggi come abitualmente non faccio, creando uno spazio poetico con solo un po’ di luce. Sto ancora riflettendo su questo tipo di sperimentazione; essa significa molto per me, perchè è anche la prima volta che mi lancio in una serie che non è legata ai ritratti. Allo stesso modo, in questa serie (Light Exsperimentation, ndr.) non c’è manipolazione dell’immagine, l’effetto è ottenuto sul posto e non attraverso il ritocco. Qui ci sono dei veri quadrati bianchi e delle vere macchie di luce che creo personalmente.


Lasciaci con una frase per il futuro.
L’avvenire è imprevedibile…

WEB* www.flickr.com/photos/benoitpaille

intervista di Federica Sfregola