INTERVISTA
* CRISTINA DE MIDDEL

by Redazione DATE*HUB

Gli Afronauti guardano le stelle, nei loro occhi c’è tutta la speranza dell’essere umano.

Correva l’anno 1964. Edward Makuka Nkoloso era un insegnante di scienze in Zambia. Candidato alla carica di sindaco di Lusaka, Makuka Nkoloso lottava per l’indipendenza del suo Paese. Per aspera pro astra; l’idea quasi astratta di una possibile Libertà fece maturare nello studioso il più folle dei progetti: battere americani e russi non sul terreno, ma nello Spazio. Era ufficialmente nato il primo Programma Spaziale Africano e aperte le iscrizioni all’Accademia Nazionale delle Scienze e della Filosofia Spaziale.
I campi di addestramento prevedevano una struttura di sette chilometri quadrati alla periferia di Lusaka, in cui i cadetti, vestiti con tute spaziali auto-assemblate, si allenavano. Tra i mezzi intergalattici dell’Accademia svettavano un razzo di alluminio alto un metro e un grande bidone ripieno per metà di petrolio in cui i cadetti sarebbero stati rinchiusi e lanciati giù per una collina, così da simulare l’assenza di gravità. Qui c’è un video che testimonia la distopica realtà di questa storia. Purtroppo la corsa allo Spazio zambese non è mai decollata, infatti l’austronauta in comando, una ragazza diciasettenne, rimase incinta poco prima del decollo.
Oggi, nel 2012, la corsa allo Spazio non interessa più nessuno. L’unica notizia degna di nota sarebbe quella di una scoperta di una reale forma di vita aliena pluricellulare.
Eppure la fotografa spagnola Cristina De Middel è andata a rispolverare la “gloriosa” corsa allo spazio zambese e in una favolosa serie di scatti in cui ritrae, appunto, The Afronauts, ci scuote nel profondo e decontestualizza il concetto stesso di “sogno”. DATE*HUB l’ha intervistata in esclusiva.

Presentati ai lettori di DATE*HUB
Sono Cristina, una fotografa spagnola, che ora vive a Londra. Ho lavorato come reporter fotografica per una decina d’anni per diversi quotidiani e con alcune ONG. Poi circa un anno fa ho realizzato che ero un po’ stufa di come la realtà viene rappresentata dai vari media e ho deciso di dare alla fiction una chance.
In realtà è come avessi riscoperto le mie origini, visto che ho un diploma in Belle Arti e ho sempre cercato di approcciare anche le arti classiche da un punto di vista personale. Forse ora è troppo tardi, dopo una carriera passata in uno stile documentaristico, ma di certo mi sto divertendo in questo viaggio.

La prima volta che mi sono capitate sott’occhio le foto della serie The Afronauts ho provato un certo spasso. Ma la cosa è durata sì e no una decina di secondi. Scatto dopo scatto ho iniziato a pensare a quanto fossero evocative, profonde; a quanto il contrasto tra una realtà così lontana dalla tecnologia come quella africana e il concetto stesso di viaggio spaziale fosse potente. Negli sguardi degli Afronauti ci sono tutti i sogni, le speranze, i bisogni dell’essere umano di non sentirsi solo, che sono poi il senso stesso della corsa allo spazio…
Guarda, sono molto felice di sapere che hai avuto questa reazione, perché hai semplicemente colto il motivo che mi ha spinto a creare The Afronauts. Lo spirito della serie è proprio questo. In molti stanno avendo reazioni contrastanti, la maggior parte sulla linea che tu hai espresso; questo è un bene per me visto che all’inizio non sapevo se sarei riuscita a “spiegarmi”. La tensione è forte, mettere insieme una realtà come quella africana e un concetto come lo spazio…
Ho trovato la storia di Edward Makuka Nkoloso cercando informazioni per tutt’altro progetto, che ora ho rimandato, e più guardavo questi vecchi filmati di questo strambo che sognava lo spazio e mostrava razzi in alluminio minuscoli, più l’idea prendeva forma. Era l’occasione perfetta per rappresentare la mia idea di Africa, diversa da quella che viene raccontata dai media tradizionali nel cosidetto “Primo Mondo”. Ho colto il potenziale divertente della questione, che avrebbe portato con sé molti dei cliché a cui siamo abituati, ma avrebbe nascosto un messaggio più profondo.
È stata anche una sfida in termini di puro linguaggio visivo, perché volevo giocare con il pubblico e al tempo stesso porgli delle domande; la prima chiaramente sarebbe stata se il progetto spaziale zambese era vero oppure no, ma poi si sarebbero dovuti chiedere perché la storia di un progetto spaziale africano era così dannatamente assurda (che sono poi le stesse domande che mi sono posta io quando ho visto per la prima volta quel video). Fosse stato, chessò, il Programma Spaziale Tedesco nessuno avrebbe fatto una piega, mentre tutti i pregiudizi che ci portiamo dietro verso il continente africano sono alla base della tensione delle fotografie.
La storia è semplice e universale; tutti sognamo quando alziamo lo sguardo alle stelle, la Luna può essere vista da ogni parte del mondo e la connessione con il cosmo non ha razza o religione: è semplicemente nella natura umana. Certo, i tentativi africani di raggiungere la luna ci sembrano patetici perché sappiamo di aver messo quel continente in una situazione di totale arretratezza tecnologica, arretratezza che però non ostacola i sogni.
Al momento comunque esiste davvero un Programma Spaziale in Nigeria, con dei fondi delle Nazioni Unite. Ho parlato con persone che lavorano al progetto e mi hanno assicurato che per il 2016 ci sarà il primo astronauta africano… insomma l’idea non era poi così folle dopo tutto!

Ci racconti un po’ il backstage delle foto. Dove sono scattate? Chi sono i modelli? Chi ha creato i costumi?
Ho lavorato come farebbe un regista cinematografico. Ho visitato e scelto le location, trovato gli attori, le scenografie e cucito i costumi. Il mio budget è stato (e continuerà ad essere, anche se la serie è in progress) molto esiguo, quindi ho dovuto in un certo senso “strizzare” le mie macchine fotografiche e far uscire il meglio.
Molte delle foto sono scattate in Spagna, vicino la mia città natale, Alicante o nelle periferie di Madrid. Altre le ho scattate nel Mar Morto e altre ancora durante un viaggio in Senegal. I modelli li ho trovati via Facebook, con una “chiamata” pubblica e i costumi li ho cuciti con mia nonna, in effetti è stata il mio vero braccio destro in questo progetto, anche se ha continuato a chiedermi per cosa servissero quegli strani costumi per tutto il tempo.
Ci sono anche alcuni trucchi: ad esempio la foto con la navicella spaziale che vola…

In realtà la navicella è immersa per metà in una pozzanghera e l’albero è un riflesso. Io l’ho montata al contrario e così sembra che vola! In effetti è stato molto divertente scattare l’intera serie, anche perché mi sono sentita completamente libera di fare ciò che volevo, non avevo nessuna costrizione anche riguardo la manipolazione delle foto. L’idea era quella di tradurre in immagini una storia, e farlo con pochi mezzi, usando anche moltissima immaginazione: proprio come i protagonisti del Programma Spaziale Zambese del 1964.

Mi sembra che lo Spazio eserciti un particolare fascino in tutto il tuo lavoro. In molte altre tue serie – oltre a  The Afronauts – ci sono continui rimandi agli aliene, alle astronavi, alle stelle. Anche nel tuo profilo Facebook usi una foto dove indossi un casco spaziale! Volevi diventare un austronauta?
Devo ammettere che solo lavorando agli Afronauti mi sono resa conto di questa mia passione. No, non era la tipica ragazzina che sognava di diventare astronauta, per niente, ma sono sempre stata affascinata dal lato metafisico dello spazio. Il fatto è che noi viviamo nell’eterna illusione di un totale controllo e fingiamo di non essere, in realtà, regolati dal puro caos. Nella corsa allo Spazio ci leggo un tentativo di civilizzazione e controllo fuori portata, cercare di capire ciò che non vuole essere capito.
Secondo me gli archeologi del futuro trovaranno le rovine di Cape Canaveral e le studieranno come noi studiamo le rovine egizie… è un’idea strana, però mi diverte. A parte questo chiaramente tutta l’estetica spaziale degli anni 60 è favolosa, l’adoro. Per quanto riguarda quella foto nel mio profilo FB, sono una con un forte sense of humour!

Se domani ti chiamasse la NASA e ti offrisse il viaggio dei viaggi: lo Spazio! Che pianeta visiteresti?
Questa è difficile. Vorrei andare su Hoth (il pianeta innevato di Guerre Stellari, n.d.r.), ma solo d’estate, poi  su Alderaan, Endor e Dagobah (altri pianeti di Guerre Stellari , n.d.r.), poi su Gallifrey (pianeta del Doctor Who, n.d.r.), su Krypton (pianeta di Superman, n.d.r.). Farei anche una visitina sul Pianeta delle Scimmie. Di certo non andrei mai al Planet Hollywood…

WEB * www.lademiddel.com
(S.B.)