INTERVISTA
* DAVE TRAUTRIMAS

by Picame

Come fotografare un elettrodomestico del Passato e costruire il Futuro pezzo dopo pezzo.

Scenari apocalittici post-nucleari o ibridi meccanico-domestici? Diverse sono le interpretazioni che potremmo dare del lavoro di Dave Trautrimas, artista canadese con alle spalle una quantità di mostre e riconoscimenti notevolissima. Per non sbagliare, abbiamo chiesto direttamente a lui di parlarci della sua arte e della sua vita, scoprendo un personaggio ossessionato dall’attenzione per i dettagli e dalla sperimentazione. Per il progetto Habitat Machines, ad esempio, si è messo alla ricerca di vecchi elettrodomestici ed oggetti per la casa come ferri da stiro, cucitrici, aspirapolvere, macchine per caffè… li ha smontati pezzo per pezzo, fotografati e riassemblati digitalmente a ricreare bizzarre ed inquietanti ambientazioni. Un approccio all’arte tutt’altro che convenzionale che lo ha reso in poco tempo richiestissimo ed apprezzato a livello mondiale.

Ciao Dave, benvenuto su DATE*HUB! Chi sei, quanti anni hai e dove vivi?
Ciao DATE*HUB. Il mio nome è Dave Trautrimas, vivo a Toronto, Canada, e ho 34 anni.

Quando e come hai capito che l’arte sarebbe diventata il tuo lavoro?
Circa sette anni fa ho rifiutato una vantaggiosa offerta di lavoro per dedicarmi all’arte a tempo pieno. In quel momento non sapevo se sarei stato in grado di guadagnarmi da vivere in questo modo, ma ho preso questa decisione e ho rischiato tutto quello che avevo.

Per le serie Spyfrost e Habitat Machines hai raccolto una grande quantità di scarti di elettrodomestici e macchinari vari, che hai poi fotografato e utilizzato per realizzare scenari post-urbani tetri e desolati. Come ti è venuta l’ispirazione e perché hai scelto di partire da questo genere di materiali?
Spyfrost è un omaggio ai vari progetti governativi segreti perpetrati durante la Guerra Fredda, come il programma di controllo mentale della CIA, MKULTRA. Ho voluto riprodurre scenari pseudo-militari con un approccio ambivalente, avvolti in un’atmosfera misteriosa. Queste strutture colossali, ibridi tra macchinari e architetture, sono come antenati corazzati di frigoriferi, lavatrici e tosaerba.


Perché in queste opere non si scorge la presenza di esseri umani?
Gli esseri umani tendono a imporre una narrazione che oscura l’ambiente nel quale si trovano. Io preferisco creare le strutture che li contengono, che essi hanno costruito, piuttosto che le loro figure.


Nel 2011 hai pubblicato la serie Element and Interval, che rompe decisamente con tutto il tuo lavoro precedente. Come mai questa scelta?
In realtà Element and Interval condivide fondamentalmente lo stesso approccio nella realizzazione delle immagini degli altri precedenti lavori come lo stesso Spyfrost: produrre una grande quantità di materiale di base, e da questa libreria selezionare alcuni elementi e combinarli per formare l’opera d’arte.
Dove il progetto si differenzia dai precedenti è il modo in cui è stato creato questo materiale di partenza. Invece di fotografare oggetti smontati, Element and Interval è costituito da forme astratte disegnate digitalmente, circa due dozzine per ogni immagine. Queste forme vengono distorte, sovrapposte e combinate con il software per costruire l’immagine finale. Quello che si vede non è un disegno, ma un’immagine costruita dalla disposizione di tutti questi elementi.


Per avere solo 34 anni l’elenco delle mostre a cui hai partecipato è notevole. Curi personalmente ognuna di esse? Come fai combaciare i numerosi impegni con la tua attività artistica?
Sono un maniaco del lavoro organizzato. Ho avuto la fortuna di realizzare un paio di grandi raccolte da portare alle mostre, senza dovermi trovare nella condizione di dover produrre nuovi lavori per ogni singolo evento. Se fossi un pittore o un disegnatore avrei molto meno da mostrare.


Come vedi il mondo di domani?
In una brutta giornata? Qualcosa di simile a The Road di Cormac McCarthy. In una bella giornata? Un architetto che costruisce una delle mie strutture.


Qual è il tuo background?
Mi sono laureato al College of Art & Design dell’Ontario nel 2003.


Consigliaci un artista.
Oh, solo uno? Ce ne sono molti bravi da raccomandare. Se posso sceglierne solo uno vi consiglio Amanda Nedham, il suo lavoro è assolutamente fantastico (www.amandanedham.com)


Se non fossi diventato un artista quale lavoro ti sarebbe piaciuto fare?
Avrei lavorato nel campo dei computer. Prima di dedicarmi alle arti visive ho lavorato in un reparto IT di una scuola post-secondaria. È stato bello, mi sento ancora un po’ nerd e sono fissato con i computer.

WEB* www.trautrimas.ca