INTERVISTA ESCLUSIVA
* MIKKEL SOMMER

by Redazione DATE*HUB

Vita dura per i primi della classe quando si ha a che fare con i compagni di branco…

Si dice che il cervello umano sia portato a ricordare solo le cose belle. Le cose belle di una storia d’amore finita male, le cose belle di un’amicizia andata alla malora, le cose belle di un rapporto di lavoro interroto via avvocati. Se vi chiedessimo dei vostri anni scolastici? Del primo giorno di scuola? Dei vostri vecchi compagni di classe? Scommettiamo vi verrebbero in mente solo le cose belle: la spensieratezza, i corridoi, gli scherzi, i cancellini tirati, i quaderni a righe.
Non per rovinarvi la giornata… ma non è vero niente.
Se la vostra storia d’amore è finita è perché vi odiavate, se l’amicizia è andata a male è perché è stata tradita, se non lavorate più lì è perché il vostro capo era uno str**zo. E anche la scuola. Be’, la scuola fa schifo. Perché ti devi alzare ogni mattina a orari impensabili, perché devi studiare roba successa centinaia di anni fa, perché devi ripetere a pappagallo nozioni di matematica che non applicherai mai nella vita vera, e lo devi fare a professori che, a ripensarci ora, sarebbe da andare a prendere per le orecchie e mettere dietro la lavagna per sempre. E poi ci sono i bulli. I bulli sono quei compagni di classe – ma con ben poca classe – che dimostrano il doppio della vostra età e che quando passate nei corridoi allungano la gamba esattamente al momento giusto e voi vi ritrovate con le ginocchia piene di sangue, quando va bene. I bulli sono la compagine che per i cinque anni delle elementari, i tre delle medie e i cinque del liceo vi rendono la vita impossibile. Poi la scuola finisce e tu pensi di essertene liberato… E invece i bulli ci sono sempre. Anche oggi che perdi le tue giornate tra la nostalgia della mensa e i ricordi della ricreazione. Se ti guardi intorno, anche se non sei più tra i banchi di scuola, li vedi.
I bulli sono il motivo per cui ci ricordiamo solo le cose belle del passato: perché se ci pensate un secondo di più, ai bulli che invadono oggi la vostra sfera sentimentale, la vostra vita sociale e quella professionale, capisci che dei bulli non ti liberi mai e quindi tanto meglio rifugiarsi nei bei ricordi.
Chissà quanti bulli ha incontrato nella sua vita l’illustratore e fumettista danese Mikkel Sommer.

Ho letto sul tuo blog che hai 24 anni. Non ci credo. Dal tuo tratto e dalle storie che racconti sembri un illustratore molto navigato, già “posseduto” da uno stile e da una poetica ben precisi. Dimostrami che hai davvero 24 anni e che non stai barando con l’età. Comiciamo dall’infanzia…
Dunque. Per prima cosa sono nato e ho iniziato a disegnare poco dopo. Contrariamente a Kandinsky ho iniziato a dipingere quadri astratti, per poi avvicinarmi al figurativo e a una mia personale forma di realismo. Quando avevo circa 19 anni ho fatto un corso di tipografia e ho iniziato a studiare animazione, in Danimarca; all’epoca ero sicuro che quella sarebbe stata la mia strada. Dopo pochissimo ho capito che l’animazione non faceva per me e ho lasciato il corso. Mi sono iscritto alla Danish School of Design, ma non mi piaceva neanche lì e ho mollato. Alla fine ho iniziato a lavorare come freelance per libri di illustrazione e cover di CD e occasionalmente qualche pubblicità. Alla fine ho capito che anche l’illustrazione in senso stretto non mi piaceva più di tanto, mi sono trasferito a Berlino con mia moglie e ora faccio fumetti e me ne sto sempre troppo vicino alla cucina.

La prima tua cosa che mi è capitata sotto gli occhi è stata Magic Bullies, l’illustrazione con cui apriamo questa intervista. Raccontaci la storia dell’illustrazione. Chi sono quei due?
Tempo fa avevamo un blog con due miei amici illustratori, si chiamava Burning Wet Dinosaurs. Praticamente tiravamo fuori un nuovo tema ogni settimana, cercando di trovare roba assurda tipo “Gesù dentro Tron” oppure “Noi da vecchi”, era una sfida tra di noi. E  ognuno dei tre faceva un’illustrazione o un fumetto su quel tema. Una settimana è capitato “La scuola di magia Quimstoke”. Chiaramente mi è venuto in mente tutto l’universo di Harry Potter, ma trasposto in un college popolato solo da reietti e delinquentelli della working class, una scuola dove serviva più disciplina che magia. Si suppone che quei due siano fratelli, dei veri casinisti. Quei bastoncini non sono altro che  bacchette magiche stortignaccole che usano più per dare fastidio che per fare incantesimi. Stanno lì e aspettano qualche povero ragazzino a cui rompere l’anima.


In generale mi sembra che tutta la tua arte sia interessata al lato violento dell’essere umano. Bulli, criminali giapponesi tatuati, avanzi di galera. C’è davvero questo particolare interesse?

Domanda difficile. A pensarci bene ammetto che le cose sporche e violente mi hanno sempre ispirato di più che le cose carine e “precisine”. Un senzatetto alcolizzato mi affascina molto di più che una modella, un gioiello arrugginito più di un diadema splendente. In realtà non c’è un perché… forse nelle cose sporche c’è più “texture”, ci sono più storie. Mi affascina la tristezza…

Illustrazione e fumetto. Sembrano la stessa faccia di una medaglia. Ma non lo sono. Quale dei due media preferisci? Che differenze trovi ci siano tra i due?
Tratto i miei fumetti come fossero una sequenza di illustrazioni e la maggior parte dell’ispirazione per una singola illustrazione viene dalla lettura di fumetti. Una grande differenza c’è: per fare fumetti ci vuole molto più tempo! La narrazione deve seguire le sue regole e deve comunicare in maniera fluida…

Allora dicci i cinque fumetti più belli della storia…
Akira di Katsuhiro Otomo, Péplum di Butch, Questa è la stanza di Gipi, GOGO Monsters di Taiyō Matsumoto e Little Nemo di Winsor McCay.

Oltre alla violenza mi pare che le parole “assurdità”, “surrealismo” e “sense of humor” si adattino bene al tuo lavoro. Mi sono ritrovato a ridere come un cretino mentre leggevo storie come The Tom Cruise Double o The Saint Chris & Little Jesus. Raccontaci la cosa più assurda, surreale e divertente della tua Age of Consent
Ma una domanda facile no? Secondo me le cose strambe succedono tutti i giorni. O forse  da piccolo ho visto troppa TV, che ti frulla il cervello se non stai attento. Io non sono stato attento. Ma per “cose strambe” intendo anche quella volte che ho visto le mie due tartarughe darci dentro… facevano un baccano d’inferno! Una volta una ragazza mi ha confessato che le piacevo dopo che poco prima aveva aperto la porta del bagno e mi aveva visto per sbaglio seduto sul cesso. Una volta un fattone mi ha detto che assomigliavo a Micheal Jackson. Ah, last but not least, una volta quando avevo quindici anni sono caduto in un lago per salvare il mio biglietto del concerto di Marylin Manson e sono morto affogato trascinato giù dai miei capelli pieni di gelatina.

Allora… raccontaci dei tuoi due fumetti, Obsolete e De Gale
Obsolete è stato il mio secondo fumetto scritto e disegnato in solitaria e la mia prima pubblicazione internazionale. I ragazzi inglesi di Nobrow mi hanno contatto e mi hanno chiesto se volevo fare una piccola storia di 24 tavole. Gli ho raccontato di questa storia che avevo in mente da un po’: un veterano ritorna in America dopo la guerra in Afghanistan per riscoprirsi sconvolto e perso. Si dà agli psicofarmaci, all’alcol e alla violenza. Era una cosa molto giovanile, l’ho sritta a 19 anni. Poi l’editor Alex Spiro ha migliorato un po’ la storia, aggiungendoci molte scene di uccisioni.
De Gale è originariamente un racconto scritto nel 1992 dallo scrittore danese Kim Fupz Aakeson. Quest’anno ricorre ventennale dalla sua prima pubblicazione e l’editore ha deciso di farne un adattamento in graphic novel. Quindi io mi occupo delle 138 tavole. Mi sento molto motivato. Per prima cosa ho iniziato a produrre una quantità infinita di schizzi, ho praticamente disegnato i personaggi per cinque mesi, senza iniziare le tavole. In questo modo ora sono come amici e li disegno in maniera del tutto fluida e intuitiva. Solo che un giorno mi sono svegliato e mi sono accorto che avevo solo quattro mesi per finire l’intero libro. Ho iniziato a lavorare forsennatamente – mia moglie era in Francia per un corso di studi – e io non ho fatto altro che disegnare per mesi (che può sembrare una cosa molto bella o una cosa molto brutta), trovando uno stile che sembra molto gestuale, ma in realtà è costato molto lavoro.
Ho finito il libro lo scorso Dicembre e Høst & Søn lo pubblicherà proprio in questi giorni. Per ora sarà solo in danese, ma stiamo cercando già qualche editore in America e in Francia… vedremo.

A fine intervista posso mettere una gallery con delle tavole tratte da De Gale senza lettering danese?
Sì sì, fai pure…

WEB * www.mikkelsommer.blogspot.com
(S.B.)